Masks

masksdi Andreas Marschall (Germania, 2011)

Non lo scopriamo certo noi che il cinema di genere italiano ha ispirato tantissimi registi in giro per il mondo. Se restringiamo il campo alle opere di Mario Bava e Dario Argento, è impossibile non pensare a pellicole recenti come “Amer” (2009) della coppia Hélène Cattet e Bruno Forzani o ai lungometraggi dell’argentino Luciano Onetti (in particolare “Sonno Profondo” e “Francesca”). Poi c’è anche il tedesco Andreas Marschall – già celebrato disegnatore di decine di copertine di dischi heavy metal – salito prima alla ribalta con il ferale “Lacrime Di Kali” (2004) e poi confermatosi con “Masks” e con un segmento presente nell’antologia horror “German Angst” (2015).
Il filo conduttore che unisce i suoi lavori è quello legato alla manipolazione, sotto forma di un guru o di un ambiente settario che influenza e condiziona in negativo la vita delle persone che ne fanno parte. In “Masks” accade più o meno quanto detto: durante gli anni settanta, un tale Matteusz Gdula inventa un metodo per far brillare oltre le reali capacità la recitazione di un attore. Alcuni studenti della sua scuola muoiono in circostanze misteriose, mentre Gdula commette il suicidio. Questo sistema viene bandito, ma quando tanti anni dopo la giovane e ambiziosa Stella si iscrive nell’istituto, tutto sembra far pensare che nulla è cambiato rispetto al passato. Ancora una volta la violenza fisica e una serie di abusi psicologici contribuiscono a (de)formare il percorso artistico di questi studenti, capaci anche di percepire in maniera più sensibile la realtà attraverso l’uso delle maschere (dopotutto il buon Nietzsche scriveva che “tutto ciò che è profondo ama la maschera”).
Adesso le cose sono due: se il citazionismo esasperato non vi spaventa, “Masks” merita sicuramente la visione. Se invece non riuscite ad accettare una storia molto simile a quella di “Suspiria” (per giunta con le stesse inquadrature!), il consiglio è quello di evitare di perdere oltre cento minuti della vostra esistenza per l’opera di Marschall. I movimenti di mdp lungo i corridoi, la tecnica utilizzata per rappresentare gli omicidi (comunque ottimi), lo stesso finale del film, tutto riprende (quasi) per filo e per segno il capolavoro di Dario Argento, senza però quella potenza estetica degna di un horror da tramandare ai posteri. Facendo un semplice paragone musicale, pensate al vostro gruppo preferito e poi immaginatevi un album realizzato dalla tribute band ispirata al primo: un discorso applicabile a “Suspiria” e “Masks”, con quest’ultimo tuttavia degno di attenzioni per la passione con la quale è stato concepito. Nonostante la scarsa originalità, quello del regista tedesco è comunque un incubo malvagio e visionario che trascina la protagonista negli abissi di una scuola che incute davvero timore. In fondo, visti i tempi, poteva andare molto peggio.

3

(Paolo Chemnitz)

masksfilm

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