Hostel

hostel movie-posterdi Eli Roth (Stati Uniti, 2005)

Il nuovo millennio si apre sotto l’insegna di scenari apocalittici: l’11 settembre del 2001 l’America subisce un colossale attacco terroristico, così pochi mesi dopo George W. Bush dà il via libera per l’apertura del campo di detenzione di Guantanamo, dove vengono rinchiusi presunti sospetti (catturati in paesi come il Pakistan e l’Afghanistan) che subiscono anche sevizie e maltrattamenti. Il cinema horror non sta a guardare e la risposta giunge a breve con l’esplosione del torture porn, un sottogenere nel quale la tortura diventa l’elemento centrale tanto da manifestarsi in maniera ossessiva e ripetuta, come appunto le scene di sesso di un film pornografico. Un esibizionismo sfrenato e gratuito della violenza che soprattutto negli States trova il suo stato di grazia attraverso una moltitudine di film, dal più ingegnoso “Saw – L’Enigmista” (2004) fino al citazionista “Hostel”, seconda opera per l’allora giovane Eli Roth, reduce dall’innocuo “Cabin Fever” (2002) e supportato per questa nuova avventura da Quentin Tarantino (nelle vesti di produttore esecutivo).
In realtà “Hostel” lo possiamo considerare come una deriva paracula e commerciale di un certo cinema di confine: un lavoro perfettamente confezionato che rielabora lo splatter e gli orrori del passato utilizzando una regia patinata (il marciume c’è, ma è finto) per un pubblico facilmente impressionabile costituito da giovani adolescenti. Lo stesso Eli Roth nella prima parte del film sceglie un andazzo di taglio easy: due ragazzi americani e un islandese in vacanza ad Amsterdam vengono informati da un loro coetaneo che in Slovacchia ci si diverte parecchio e che lì le ragazze sono molto disponibili. Sembra una commedia degli anni ottanta con protagonisti alcuni giovani in botta di figa e in effetti lo è, almeno fino al momento in cui non entriamo nel vivo del gioco. Quando la fabbrica abbandonata (dove i ricchi pagano per torturare a morte i malcapitati) diventa il centro assoluto delle vicende, “Hostel” cambia registro e furbescamente si trasforma nel circolo di perversione che tanto aspettavamo. Il sangue si insinua dentro quelle stanze putride e la telecamera si sofferma sugli arnesi utilizzati per le varie sevizie, una chirurgia della tortura che si rivela minuziosa e attenta ai particolari, esattamente come era accaduto per “Audition” (1999) di Takashi Miike, opera di grande importanza per la crescita di Eli Roth (inoltre lo stesso Miike è presente nel film in un cameo).

hostelpicOggettivamente “Hostel” rappresenta un prodotto seminale per lo sviluppo del cinema horror degli ultimi quindici anni, ma ciò non toglie che la semplificazione di tante regole sia a tratti fastidiosa, come ad esempio quella relativa alla caratterizzazione dei personaggi, qui davvero ridotta ai minimi termini. E anche il finale, pur nella sua brutalità, nasconde in fondo una legge del contrappasso buonista e prevedibile, di cui sinceramente si poteva fare a meno. Eli Roth sdogana quindi un cinema estremo per famiglie (concedeteci la forzatura), strizzando l’occhio a un linguaggio mainstream senza però mai perdere di vista quello che piace al vero appassionato di horror. Lo stesso regista, durante un’intervista concessa al festival di Sitges, raccontò che l’idea per “Hostel” nacque leggendo i contenuti di un sito internet thailandese, il quale concedeva la possibilità di uccidere un uomo pagando diecimila dollari. Una storia terrificante che invece viene ambientata nell’Europa dell’est, facendo persino incazzare il governo slovacco, indignato da questa rappresentazione trucida dei suoi abitanti!
Sono tanti gli aneddoti curiosi legati al film, una pellicola comunque da vedere e rivedere, possibilmente in buona compagnia e con accanto una corposa scorta di birra e patatine. Perché “Hostel” non è altro che un fottutissimo divertissement.

3,5

(Paolo Chemnitz)

hostel

 

 

 

 

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