L’Occhio Nel Triangolo

l'occhio nel triangolodi Ken Wiederhorn (Stati Uniti, 1977)

I nazisti e il cinema horror. Un connubio che negli ultimi anni ha ricevuto molte attenzioni è proprio quello dei nazi-zombi, salito agli onori della cronaca grazie al successo di pellicole spassose come “Dead Snow” (2009), “Dead Snow 2: Red vs Dead” (2014) o di altri prodotti più artigianali ma comunque apprezzati dal punto di vista iconografico (la saga di “Outpost” ma soprattutto il deliranteFrankenstein’s Army” (2013), il quale ai morti viventi sostituisce delle creature hi-tech assemblate con armi e soldati del Terzo Reich). Ma per comprendere l’origine di tale inflazionata filmografia, bisogna risalire alle radici del fenomeno: “L’Occhio Nel Triangolo” rappresenta il punto di partenza per questo tipo di pellicole, preceduto soltanto dal misconosciuto “The Frozen Dead” aka “I Redivivi” del 1966 (un mix tra horror e sci-fi con protagonista uno scienziato capace di far rinascere i nazisti congelando le loro teste). Il film di Ken Wiederhorn ha però il merito di creare un nuovo sottogenere, subito sfruttato (malissimo) da Jean Rollin (“Zombie Lake”) e da Jesús Franco (“Oasis Of The Zombies”), due opere di bassa consistenza realizzate all’inizio degli anni ottanta.
Un gruppo di studiosi si imbatte nel relitto di una nave appartenuta alla Germania nazista durante la seconda guerra mondiale. A causa dell’avaria della loro imbarcazione, il gruppo è costretto a rifugiarsi su un’isola poco distante. Quello che in apparenza sembra un luogo abbandonato, si rivela un posto inquietante e pericoloso: proprio lì, in una villa, essi trovano uno scorbutico individuo che li esorta a lasciare l’isola al più presto. Un esercito di morti viventi subacquei si aggira infatti lungo la costa, minacciando chiunque si avvicini in quello spazio di terra incontaminato (le riprese furono effettuate tra la Florida e le Bahamas).
“Shock Waves” (questo il titolo originale) è un film affascinante e storicamente rispettabile, ma non del tutto riuscito. Il motivo si può ricondurre all’estenuante lentezza della storia, a tratti eccessivamente statica e priva di mordente. Per fortuna Ken Wiederhorn può contare sull’apporto del bravo Peter Crushing e sulle splendide e claustrofobiche atmosfere dell’isola (la fitta vegetazione è un insolito elemento perturbante), un mood che genera angoscia anche per via di uno score musicale molto ipnotico e cerebrale. I nazisti che riemergono dall’acqua muniti di occhiali da saldatore rappresentano l’immagine simbolo di questo curioso lungometraggio, forse frettolosamente dimenticato qui in Italia ma ancora oggi – a distanza di oltre quarant’anni – carico di una strana e impalpabile inquietudine.
George A. Romero dista anni luce da qui, così come lo splatter più ferale, ma “L’Occhio Nel Triangolo” non si può certo trascurare per i motivi di cui sopra, nonostante la sua immane e poco invidiabile flemma narrativa. Catatonico ma alquanto spettrale.

3

(Paolo Chemnitz)

l'occhio1

 

 

 

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