90 Minutes

90mindi Eva Sørhaug (Norvegia, 2012)

Se il meritevole “Dag Och Natt” (2004) del danese Simon Staho ci raccontava le ultime ore di un uomo prima del suo tragico suicidio, pochi anni dopo la regista norvegese Eva Sørhaug aumenta la dose di orrore in questo inesorabile conto alla rovescia, sbattendoci in faccia non una ma tre storie di ordinaria follia, stavolta legate indissolubilmente a una serie di omicidi in ambito familiare. Nel caso di “90 Minutes” (“90 Minutter” in lingua originale) il titolo è ancora più eloquente: si tratta degli ultimi sgoccioli di vita per gli inconsapevoli malcapitati, uomini, donne o bambini non fa alcuna differenza. Motivazioni suggerite tra le righe ma mai chiarite del tutto, un approccio volutamente nebuloso che aumenta il senso di spaesamento nello spettatore.
Ci troviamo in Norvegia e parallelamente vediamo alternarsi tre diverse vicende che non si toccano tra di loro ma che sembrano volersi incrociare in maniera trasversale: conosciamo un anziano benestante che vive con la moglie in una casa molto raffinata, poi un individuo della media borghesia ripreso insieme alla sua famiglia in un appartamento moderno e funzionale, infine un terzo uomo (molto più giovane e forse meno agiato degli altri), il quale tiene la compagna segregata in una stanza spoglia e asettica (mentre in sottofondo c’è un bambino che piange di continuo). Quest’ultima storia si conclude con un epilogo a sorpresa, mentre le prime due si dipanano in maniera più lineare anche se prevedono una metodologia di esecuzione completamente opposta. La migliore delle tre è proprio quella della coppia di anziani, perché mostra una premeditazione raggelante: il marito prepara una cena succulenta, la moglie poco dopo si accascia esanime sul tavolo. La regia di Eva Sørhaug si dimostra sublime nel soffermarsi su questi attimi fatali (il pollo, il vino, la morte), mostrando con cura ogni particolare. Ma tutto il film gode di magnifiche inquadrature, spesso frontali e in molti casi realizzate da una stanza attigua, come se la telecamera volesse sottolineare le azioni nefaste che prendono vita dietro una porta aperta, in un ambiente circoscritto e claustrofobico.
Quella di “90 Minutes” è la Norvegia che non ti aspetti, figlia di tante contraddizioni anche nelle classi più abbienti, esattamente come spesso ci hanno raccontato registi della scuola austriaca come Michael Haneke o Ulrich Seidl. Eva Sørhaug deve molto soprattutto al primo, specialmente per quel freddo linguaggio estetico dal taglio chirurgico. Le esplosioni di violenza non si fanno attendere e fanno male come un pugno nello stomaco, sono momenti liberatori che però suscitano emozioni opposte negli occhi di chi osserva. Peccato solo che questo film non abbia trovato la sua giusta distribuzione (edizioni home video solo in Scandinavia), oltre a una difficile reperibilità on-line. L’argomento è attuale ed è trattato con i guanti, senza alcuna presunzione, perché solo questo tipo di realismo cinematografico può accedere ai segreti più remoti che scuotono i rapporti familiari. Novanta minuti che distruggono ogni forma di amore.

4

(Paolo Chemnitz)

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