Más Negro Que La Noche

más negro que la nochedi Carlos Enrique Taboada (Messico, 1975)

Carlos Enrique Taboada (1929-1997) è considerato uno dei padri fondatori del cinema fantastico messicano moderno. Il regista (attivo anche come prolifico sceneggiatore) è spesso ricordato per la sua tetralogia horror che in Italia non ha mai ricevuto la minima attenzione: film come “Hasta El Viento Tiene Miedo” (1968), “El Libro De Piedra” (1969), “Más Negro Que La Noche” (1975) e il suggestivo “Veneno Para Las Hadas” (1984) hanno lasciato un’eredità importante in patria, basta chiedere a Guillermo Del Toro, da sempre grande ammiratore di Taboada.
“Más Negro Que La Noche” (“Blacker Than The Night” nel titolo internazionale), pur non essendo il migliore tra questi lavori, ha segnato una traccia profonda nel suo genere di riferimento ed è stato per giunta rivalutato dopo la realizzazione di uno sciagurato remake nel 2014. Si tratta di un horror sovrannaturale che riesce a dare il meglio di sé negli splendidi titoli di testa, con protagonista il gatto nero Becker, icona incontrastata dell’opera in esame. La trama è molto semplice: dopo la morte della zia Susana, la nipote Ofelia si trasferisce nella sua casa insieme alle amiche Aurora, Pilar e Marta, a condizione di prendersi cura dell’animale domestico tanto amato dalla defunta zia, questo bel felino che presto però incontra un destino beffardo, morendo in circostanze misteriose. Da quel momento strani accadimenti sconvolgono la vita delle ragazze.
Nonostante sia un film del 1975, ““Más Negro Que La Noche” sembra appartenere al decennio precedente, sia per le atmosfere di taglio 60s (con qualche rimando persino a Bava) che per una serie di personaggi femminili più sobri e meno legati al cinema exploitation tutto culi e tette. Forse anche per questo motivo l’opera di Taboada sembra uscita fuori tempo massimo (e invecchiata male), ma mai come in questo caso è importante giudicare la pellicola nella sua reale collocazione storica, senza badare troppo a quello che oggi giunge ai nostri occhi. La scena della biblioteca ad esempio si rivela memorabile nella costruzione della tensione, uno dei momenti migliori di un film lento ma sontuosamente avvolgente, che merita la giusta considerazione all’interno di un paese di provenienza mai avaro di sorprese per quando concerne il cinema fantastico.

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(Paolo Chemnitz)

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