The Killing Of A Sacred Deer

the killing of a sacred deerdi Yorgos Lanthimos (Gran Bretagna/Stati Uniti, 2017)

Steven, uno stimato chirurgo e padre di due figli, si ritrova costretto a compiere un sacrificio di sangue quando la sua famiglia è devastata da una serie di eventi negativi che minano la vita stessa dei suoi componenti. A muovere i fili di questa assurda vicenda è uno strambo adolescente di nome Martin, rimasto orfano del padre in seguito a un’operazione non andata a buon fine (effettuata proprio da Steven).
Yorgos Lanthimos approda all’horror: mettiamo per un attimo da parte il surrealismo disfunzionale di “Dogtooth” (2009), il linguaggio criptico di “Alps” (2011) e la distopia teatrale di “The Lobster” (2015), senza però intaccare l’estetica puramente fredda e minimale del regista. Adesso immergiamoci in un ambiente asettico per eccellenza (l’ospedale) e ricostruiamo attorno ad esso il sacrificio di Ifigenia, con un taglio ovviamente moderno attualizzato nella contemporaneità. L’antica Grecia diventa Cincinnati, Steven un nuovo Agamennone, il sacro cervo è stato ucciso e la furia di un potere divino sta per ripercuotersi su di lui e suoi cari. “The Killing Of A Sacred Deer” è la mitologia applicata ai giorni nostri, un’oscura intuizione che il regista nasconde bene per almeno cinquanta minuti (sulle due ore complessive di durata). Le carte infatti vengono scoperte con molta parsimonia, prima che il male metta sotto scacco i componenti di questa famiglia: praticamente una maledizione, un sortilegio, le piaghe più crudeli che implicano una scelta drastica ma necessaria.
Il merito di Lanthimos è proprio quello di celare la vera essenza del film, lasciando sviluppare ambiguità e morbosità nel rapporto tra Steven e Martin. Questo dualismo è l’ago della bilancia che mantiene saldi gli equilibri, li sposta, li capovolge, fino a rovesciarli definitivamente: personaggi sublimi, interpretati magicamente da Colin Farrell (più invecchia e più ci piace) e da un sorprendente giovanissimo Barry Keoghan. Insieme a loro, una gelida Nicole Kidman in un ruolo meno appariscente ma non per questo meno accattivante. Il regista greco dirige l’orchestra con sobrietà, ricoprendo ogni individuo di una coltre di ghiaccio che lascia a malapena trasparire le emozioni, uno straniante approccio chirurgico impregnato di dialoghi carichi di sinistre premonizioni (“can I have your mp3 player when you are dead?”, questo è Yorgos Lanthimos e non possiamo farne a meno!).
“The Killing Of A Sacred Deer” si pone come la pellicola più cupa e claustrofobica del regista ellenico, proprio per la sua malsana commistione tra dramma e horror: se da un lato era lecito attendersi un ulteriore passo in avanti verso un cinema più arioso e (in apparenza) commerciale (come appunto era già accaduto con “The Lobster”), quello di Lanthimos è invece un doppio salto nel buio che ribadisce la sua incredibile dimestichezza con tematiche di confine non di immediata assimilazione, nonostante sia lampante un certo citazionismo di facile lettura per il cinefilo più navigato. Anestesia totale, paralisi, morte, in questo caso il destino più nero striscia come una serpe tra le corsie di un ospedale, altro che malasanità.

4,5

(Paolo Chemnitz)

thekilling

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