Dark Water

darkwater_di Hideo Nakata (Giappone, 2002)

“Dark Water” (da non confondere con il quasi omonimo “Dark Waters” di Mariano Baino) è un J-horror diretto da Hideo Nakata, il regista di “Ringu” (1998) e del sequel “Ringu 2” (1999), due opere che ancora oggi significano molto per questa importante ondata giapponese di terrore cinematografico. Ma non bisogna sottovalutare questo passo successivo: un film più maturo, per certi versi drammatico, intriso di una toccante e dolorosa umanità.
Yoshimi Matsubara è una giovane donna divorziata con alle spalle qualche problema psichico: è alla ricerca di una casa per poter ricominciare una nuova vita assieme alla figlioletta Ikuko, di soli sei anni. Le due si trasferiscono in un fatiscente condominio della periferia, un luogo inquietante segnato dalla scomparsa di una bambina due anni prima. Yoshimi avverte questa presenza, l’appartamento è umido e l’acqua sta cominciando a gocciolare da una macchia sul soffitto, non le resta quindi che cercare di scoprire l’agghiacciante verità tentando allo stesso tempo di proteggere la piccola Ikuko, spaventata dalle strane apparizioni della sua coetanea (avvolta sempre da un impermeabile giallo).
L’acqua come segnale premonitore ma anche come elemento perturbante. “Dark Water” è un film grigio e plumbeo che curiosamente esce nello stesso anno di “A Snake Of June”, un’altra pellicola giapponese segnata da una pioggia ossessiva e da una meravigliosa fotografia virata al blu. Hideo Nakata qui si muove tra colori freddi e inquadrature asettiche, ambientando quasi tutte le vicende all’interno di questo misterioso palazzo. Il suo è un horror rarefatto, che predilige le attese e i rumori (il sonoro riveste un ruolo importante), prima che sopraggiunga un finale più movimentato che non tradisce il tipico impianto da ghost story. Il regista cita addirittura una scena di “Shining” (1980), sostituendo il sangue con l’acqua (dalla foto qui sotto potete dedurre il parallelo), una delle immagini simbolo di un’opera tra le migliori nel genere di riferimento, anche se meno considerata rispetto ai vari “Ringu” o “Ju-on: The Grudge” (2002).
Il cineasta nipponico prende ancora una volta ispirazione dallo scrittore Kôji Suzuki, ammantando la storia di un pessimismo molto più pronunciato rispetto al racconto originario. In “Dark Water” inoltre i personaggi sono pochi e questo permette a Nakata di approfondirne ogni aspetto più remoto, un affondo che spesso dirotta la pellicola verso lidi drammatici (il sacrificio è un altro tema fondamentale del film). Non poteva ovviamente mancare il solito trascurabile remake americano del 2005. Diffidate dalle imitazioni, il vero J-horror passa solo da queste parti.

4

(Paolo Chemnitz)

darkwaterpic

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