A Horrible Way To Die

a horrible_di Adam Wingard (Stati Uniti, 2010)

Lo statunitense Adam Wingard è considerato da tempo uno dei registi horror emergenti nel circuito indipendente americano: lo dimostrano i suoi interessanti segmenti presenti in “V/H/S” (2012) o “V/H/S/2” (2013), preceduti dal tanto celebrato (ma in parte sopravvalutato) home invasion “You’re Next” (2011). L’auspicato salto di qualità però non è mai arrivato, infatti dopo il discreto thriller “The Guest” (2014) il povero Wingard si è avventurato (suo malgrado) in qualcosa di rischioso e più grande di lui, ovvero “Blair Witch” (2016) e “Death Note: Il Quaderno Della Morte” (2017), entrambi bocciati per quanto ci riguarda. Così non resta che fare un doppio salto all’indietro per tornare alle origini del suo cinema, meno commerciale ma molto più onesto e genuino anche nei confronti dello spettatore.
“A Horrible Way To Die” è il terzo film diretto dal regista del Tennessee (da lui girato all’età di ventisette anni). E nonostante i limiti di budget e le varie imperfezioni, è un thriller-horror di tutto rispetto. Sarah è una ragazza traumatizzata: il suo ex fidanzato (tale Garrick Turrell) è finito in carcere ma il passato continua a tormentarla. Nel frattempo la giovane frequenta un gruppo di incontro per ex alcolisti dove conosce un ragazzo timido e impacciato come lei, Kevin, con il quale intraprende una relazione. Quando Turrell fugge dal comprensorio e torna a piede libero, il suo istinto omicida lo porta sulla strada segnata proprio dalla sua vecchia fiamma, in un turbine di salti temporali che ci aiutano a ricomporre il puzzle, prima che sopraggiunga un twist finale crudo, drastico, in qualche modo forzato ma decisamente sorprendente.
“A Horrible Way To Die” non è un film carico di emozioni vive, anzi spesso si prova un certo distacco psicologico nei confronti di Sarah. Ma ciò non interessa al regista, intenzionato a catapultarci all’interno di atmosfere quasi oniriche: le luci soffuse, le inquadrature dai contorni sfocati, la colonna sonora cupa e alienante, sono molte le prerogative capaci di infondere un alone di incertezza alla storia e ai suoi personaggi. Gli attori si dimostrano efficaci poiché ogni azione da loro eseguita non è mai definitiva ma è velata da un’insicurezza di fondo molto realistica, capace di generare ansia anche per via di quelle riprese nervose con la camera a mano che indugiano (forse troppo) sui loro volti. Quello di Adam Wingard non è quindi l’ennesimo polpettone sul serial killer di turno (qui considerato da qualcuno persino un eroe), ma è un prodotto fosco e minimale che cuoce a fuoco lento, in attesa della botta conclusiva. Una visione che non lascia di certo indifferenti, da recuperare soprattutto se cercate un film lontano dai soliti canoni a cui il genere ci ha abituati.

3,5

(Paolo Chemnitz)

a horrible

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