Subconscious Cruelty

subconscious-crueltydi Karim Hussain (Canada, 2000)

“Subconscious Cruelty” apre la porta al cinema estremo del nuovo millennio ma è un film che affonda le sue radici negli anni novanta. Sono infatti serviti ben cinque anni di riprese per portarlo a termine, un lungo impegno culminato con la proiezione al festival di Sitges nel 2000. Il regista è il canadese Karim Hussain, un nome poco prolifico dietro la mdp (nel suo curriculum figurano solo tre lungometraggi e due corti) ma molto apprezzato nel circuito indipendente per altre ragioni (ricordiamo il suo ottimo lavoro come direttore della fotografia in “Antiviral” di Brandon Cronenberg).
La pellicola in esame è divisa in quattro parti distinte incentrate sul tragico rapporto tra la vita e la morte. Nella prima (molto breve) tornano in mente le suggestioni tanto care ai surrealisti: a una donna viene aperto il ventre da cui fuoriesce un bulbo oculare, un’introduzione tutto sommato interessante ma dai contenuti piuttosto criptici. Il secondo segmento si rivela quello più intrigante: un uomo in preda a un delirio di onnipotenza nichilista vuole distruggere la nascita in quanto creazione. Prima spia la sorella mentre ha un rapporto sessuale, poi estrae dal suo grembo un feto e lo sgozza in un tripudio di gore e immagini malate, spesso accompagnate da una sorta di monologo filosofico-esistenzialista intriso di disprezzo nei confronti della vita. Un frammento abbastanza lungo e articolato, realizzato con molta cura per la componente cromatica (il morboso accostamento tra il rosso e il blu) e per lo score musicale (un valido tappeto atmosferico).
Il terzo capitolo si rivela abbastanza inutile: un gruppo di uomini e di donne si accoppia con la natura, un simbolismo banale che sfocia in una scena conclusiva di masturbazione estrema, il preambolo malsano che ci catapulta nell’ultima parte del film, che possiamo definire un piccolo trattato di blasfemia adolescenziale. In queste sequenze Gesù Cristo subisce le peggiori umiliazioni (pissing e via dicendo), una via crucis disturbante che prevede torture, cannibalismo e quant’altro. Qui Karim Hussain ha voluto attaccare la religione ma lo ha fatto nella maniera più infantile possibile, come un ragazzino in botta di satanismo che disegna croci rovesciate sul banco di scuola. Il problema di “Subconscious Cruelty” è proprio questo: il volersi atteggiare a film intellettuale senza averne le minime capacità, una presunzione di fondo che emerge in modo prorompente almeno in un paio di segmenti dell’opera. Un peccato, perché il comparto tecnico è di tutto rispetto e pur essendo un lavoro indipendente, quello del regista canadese è un prodotto che affascina e cattura sotto vari punti di vista. Tranne quello concettuale.
L’idea di base è valida (gli emisferi del cervello e le loro funzioni), ma il tema portante legato alle pulsioni di morte (e al rapporto malato tra queste e la vita stessa) tende a sfaldarsi con il trascorrere dei minuti, complice quella violenza gratuita non supportata da valide argomentazioni. Un esordio carico di neri presagi (che pesca persino da “Begotten”) ma in parte ancora acerbo: i cultori del cinema di confine possono avvicinarsi senza timore a questa creatura crudele e contorta, la carne al fuoco è talmente tanta che lo shock di alcune immagini finisce quasi per diventare una consuetudine facilmente digeribile, ma al di là dello sconcertante e crudele aspetto visivo, non possiamo certo elevare “Subconscious Cruelty” oltre le sue reali potenzialità.

2,5

(Paolo Chemnitz)

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