La Casa Del Diavolo

la casa del diavolodi Rob Zombie (Stati Uniti, 2005)

Rob Zombie fa irruzione nel mondo del cinema nel 2003 con “La Casa Dei 1000 Corpi”, un fan movie girato con passione più che un horror con sua una precisa identità. Trascorrono solo due anni e cambiano molte cose, poiché “La Casa Del Diavolo” rappresenta un vero salto di qualità, sotto ogni punto di vista: la regia ha una marcia in più, così come gli interpreti e l’approccio stesso al genere, legato questa volta a dinamiche da road movie. Un film lercio come pochi.
Uscito in Italia con un titolo pessimo (niente a che vedere con l’originale “The Devil’s Rejects”), questo lungometraggio prosegue con le vicende già assaporate nel primo lavoro. Siamo in Texas: lo Sceriffo Wydell e i suoi poliziotti circondano la fattoria dei Firefly, intenzionati a stanare questa famiglia colpevole di decine di omicidi. Durante lo scontro a fuoco, solo Otis (Bill Moseley) e Baby (Sheri Moon) riescono a fuggire, ricongiungendosi più tardi con Capitan Spaulding (Sid Haig), per poi trovare rifugio nel bordello gestito da Charlie Altamont, fratellastro di Spaulding. Nel frattempo Wydell ingaggia due tagliagole (tra cui Rondo, interpretato da Danny Trejo) e inizia una caccia al trio senza esclusione di colpi, fino al tragico epilogo che da solo vale tutta la visione del film.
La miglior pellicola di Rob Zombie? Assolutamente sì, perché il regista realizza il film che mancava da tempo, un compendio di depravazione e sadismo di tutto rispetto, alla faccia del politicamente corretto tanto in voga in America. Lo splatter (qui presente in maniera molto contenuta) viene sostituito da una tensione continua e da un mood veramente cupo e brutale, una spirale di negatività che contraddistingue ogni singolo personaggio (e si finisce per parteggiare per i trucidi villain, ovviamente).
Non importa se Rob Zombie è meno interessato alla critica sociale, saltare indietro fino ai 70s non significa per forza ammantare la storia di riflessioni politiche, “La Casa Del Diavolo” è puro intrattenimento che frulla in un sol colpo le derive pulp di Tarantino (i dialoghi sono eccessivi), le atmosfere di Tobe Hooper (il riferimento principale non si rinnega mai) e l’eredità di Peckinpah (lo stesso Zombie ha più volte confermato la profonda influenza del regista californiano sulla sua opera). L’ultima mezzora si rivela memorabile, sia per qualità tecnica che per costruzione del climax narrativo: il cerchio così si chiude alla grande, dopo un’immersione nel profondo sud decantato da splendide melodie country e southern rock, una tragica avventura che Rob Zombie ha provato a ripercorrere (con altre modalità e altri personaggi) nel suo recente e discontinuo “31” (2016).
Oltre agli attori principali (insisto a pensare che le chiappe di Sheri Moon siano più espressive rispetto alle sue capacità recitative), anche i gregari fanno la loro porca figura: c’è il buon Michael Berryman (“Le Colline Hanno Gli Occhi”) ma viene ripescato per l’occasione pure Ken Foree (l’indimenticato Peter di “Zombi”), oltre al già citato Trejo.
“La Casa Del Diavolo” è irriverente, infame e anche un po’ gratuito, ma piace proprio per questi motivi (al di là di un linguaggio stilistico che può essere apprezzato o meno), un road movie incentrato soprattutto sui personaggi e su quel retrogusto satanico che dà tanto fastidio all’America benpensante (i riferimenti alla family mansoniana sono palesi e voluti: “I am the devil and I am here to do the devil’s work”). Un folle diversivo dai soliti prodotti preconfezionati, impossibile non rimanere indifferenti.

4,5

(Paolo Chemnitz)

la casa del diavolo pic

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