German Angst

german angst posterdi Jörg ButtgereitMichal KosakowskiAndreas Marschall (Germania, 2015)

Il cinema horror tedesco, da tempo caduto in letargo e privo di grandi scossoni, ha tentato la via (ormai inflazionata) del film a episodi con questo “German Angst”, un lavoro prodotto da Michal Kosakowski (“Zero Killed”), qui impegnato anche nelle vesti di regista. Accanto a lui, un nome di culto del circuito estremo teutonico, Jörg Buttgereit (“Nekromantik”, “Der Todesking”, “Schramm”), insieme all’emergente ma già affermato Andreas Marschall (“Lacrime Di Kali” e “Masks”).
E’ proprio Buttgereit ad aprire le danze con il segmento “Final Girl”: un cortometraggio piuttosto breve che si discosta non poco dallo stile grezzo dei suoi celebri prodotti underground. La regia è molto attenta ai particolari, come se ogni singola goccia di sangue avesse la sua importanza. Una cura maniacale per una storia di (presunta) vendetta con protagonista una ragazza armata di cesoie, la quale sevizia un uomo legato al suo letto, tra torture e ferali mutilazioni. Un avvio convincente.
Purtroppo Kosakowski (un cognome di chiare origini polacche) con “Make A Wish” sprofonda con due storie parallele simili ma piuttosto ingenue e pretestuose: da un lato, i soprusi subiti da un gruppo di contadini polacchi durante la guerra da parte dei nazisti, un episodio poi traslato nel presente con le vicende di una coppia di sordomuti (sempre polacca) torturata dentro un edificio dismesso da quattro naziskin fuori di testa. Un passaggio forzato, confuso e poco originale.
L’ultimo frammento del film è praticamente un mediometraggio di quasi cinquanta minuti firmato da Marschall (“Alraune”), anche questa volta interessato nell’addentrarci in un racconto incentrato su un movimento settario (come già era avvenuto nel valido “Lacrime Di Kali”). In questo caso il protagonista inizia a frequentare un club nel quale un gruppo di feticisti pratica una sorta di sesso onirico e visionario, un’esperienza possibile solo dopo aver fumato una particolare pianta: la situazione presto degenera e ci ritroviamo immersi in un clima folle e malato, tra gente che si suicida ed esplosioni corporee in pieno stile body horror. Un trip molto interessante che riscatta la débâcle del capitolo precedente.
“German Angst” si lascia guardare con curiosità e ci regala alcune scene veramente estreme, nonostante sia praticamente nullo il collante che dovrebbe legare le tre storie tra di loro (gli eventi si svolgono a Berlino, ma non si avverte minimamente la presenza della metropoli nel contesto narrativo). Si tratta di un prodotto sorprendentemente patinato, a cui manca la giusta continuità per affondare il colpo definitivo: ovviamente è l’episodio centrale il punto debole che affossa il nostro giudizio conclusivo (chissà cosa sarebbe potuto succedere con Olaf Ittenbach o Andreas Schnaas al posto di Kosakowski!), però è anche vero che in tempi di vacche magre, “German Angst” rappresenta un segnale più che confortante per rimettere in moto la nostra attenzione verso il cinema horror di matrice mitteleuropea.

3

(Paolo Chemnitz)

German angst

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