Va’ e Vedi

và e vedidi Elem Klimov (Unione Sovietica, 1985)

Spesso il cinema di guerra viene identificato con i tanti capolavori di provenienza occidentale (la lista sarebbe troppo lunga), senza rimarcare la grande importanza di alcuni titoli rimasti il più delle volte sconosciuti al pubblico. A tal proposito il cinema sovietico ha dato molto alla causa, grazie al lavoro di autori per giunta profondamente ammirati e rispettati: impossibile non citare “L’Infanzia Di Ivan” (1962) di Andrej Tarkovskij, “Ascensione” (1977) di Larisa Shepitko e questo “Va’ e Vedi” (“Idi I Smotri”), ultimo straziante film diretto da Elem Germanovič Klimov.
In quasi due ore e mezza, il regista ci catapulta nell’inferno del fronte durante il 1943, quando i nazisti avanzavano nelle pianure bielorusse mettendo a ferro e fuoco interi villaggi. Conosciamo la storia attraverso lo sguardo del giovane Florya, un ragazzino che segue (inizialmente con entusiasmo) i partigiani vivendo in prima persona questi orrori (qui raccontati con un realismo impressionante). Ma a differenza dei tanti war movie dove restiamo storditi dagli scontri militari o dai continui bombardamenti, “Va’ e Vedi” mette in scena l’angoscia e la paura, devastando psicologicamente il protagonista (spesso ripreso con gli occhi sgranati dal terrore) e successivamente noi spettatori, testimoni impotenti di un massacro dai contorni apocalittici. Il titolo in effetti richiama un celebre passo biblico, anche se la denominazione italiana è leggermente diversa da quella internazionale (“Come And See” ovvero vieni e vedi), in realtà ancora più appropriata.
Florya (eccellente la prova di Aleksey Kravchenko) incarna la negazione di ogni speranza: egli rifiuta l’amore della giovane Glasha, non c’è spazio per i sentimenti in un territorio ostile (dove la natura è un tutt’uno con i personaggi) che diventa ben presto un incubo a occhi aperti, accentuato da un sonoro debordante e da una serie di segnali che non lasciano vie di fuga (l’immagine ripetuta dell’aereo nazista in ricognizione suona come una minaccia costante per i superstiti). Klimov procede con un ritmo narrativo lento e inesorabile, per poi trasformare il film in un doloroso atto di denuncia contro le barbarie naziste: piedi maciullati sulle mine, stupri, umiliazioni e infine le sequenze allucinanti del villaggio, con i contadini infilati dentro una baracca di legno e dati alle fiamme senza pietà. L’angoscia è ben visibile, il regista fa uso di inquadrature strette sui volti tormentati delle vittime (l’occhio della mucca morente non si dimentica), prima di una sequenza finale di una potenza incredibile, quelle immagini che si riavvolgono e che si fermano all’origine del male assoluto (una fotografia con Hitler neonato in braccio alla madre). Propaganda sovietica, non poteva essere altrimenti in un periodo ancora influenzato dalla guerra fredda (il 1985), ma l’opera di Klimov bisogna saperla leggere a tutto tondo, poiché il conflitto mondiale non ha conosciuto vincitori da entrambe le parti. La guerra, come principio, è una sconfitta.
“Va’ e Vedi” non celebra eroi e non si piega all’epicità dei combattimenti, ma vuole solo portarci fin dentro quelle terre intrise di sangue, per farci toccare con mano le atrocità ancora oggi scolpite nei ricordi degli ultimi sopravvissuti. E’ proprio il realismo la carta vincente del film: proiettili veri che sfiorano le teste degli attori, dialoghi scarni ma efficaci, una location povera e avvolgente, con il giovane Florya a quanto pare affiancato da uno psicologo per superare le scene scioccanti. Tra i film di guerra più devastanti di sempre.

5

(Paolo Chemnitz)

va' e vedi_

 

2 thoughts on “Va’ e Vedi

    • La resistenza bielorussa è stata attiva nel 1942 e 1943, proprio quando era in atto l’occupazione nazista di quel territorio. Il proposito dei nazisti era quello di avanzare a est, sappiamo però come è andata a finire 🙂

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