Leatherface

leatherfacedi Alexandre Bustillo e Julien Maury (Stati Uniti, 2017)

Recensire un sequel, un prequel o un remake non ha mai incontrato il nostro interesse (tranne rare eccezioni), anche perché il più delle volte guardare l’ennesimo insipido capitolo di una saga può togliere del tempo utile per scoprire un piccolo ma valido film indipendente. “Leatherface”, se fosse stato un horror interamente americano, probabilmente non lo avremmo preso neppure in considerazione. Invece alla regia troviamo una coppia di francesi che tanto ha dato alla causa del cinema estremo soprattutto verso la fine dello scorso decennio, in precedenza con l’enorme “À L’Intérieur” (2007) e poi con il suggestivo e discreto “Livid” (2011), prima di perdere definitivamente i colpi con un prodotto innocuo e derivativo come “Aux Yeux Des Vivants” (2014).
Dopo una serie di occasioni mancate per approdare nel circuito horror d’oltreoceano, per Alexandre Bustillo e Julien Maury “Leatherface” rappresenta una possibilità importante, uscita per giunta solo poche settimane dopo la scomparsa di Tobe Hooper (qui produttore esecutivo), il creatore di “Non Aprite Quella Porta” (1974) e di tutta quell’iconografia che negli anni ha reso faccia di cuoio un villain tra i più amati in assoluto.
Le vicende si svolgono in Texas, ma ci troviamo in Bulgaria, luogo dove sono state effettuate le riprese: l’incipit mostra la famiglia di deviati al completo, è il compleanno del piccolo futuro psicopatico, c’è la torta, il regalo (una motosega, ovviamente) e viene ammazzato un povero malcapitato. In “Leatherface” l’elemento di congiunzione (l’arnese che il protagonista utilizza per uccidere) lo troviamo solamente all’inizio del film e durante le battute finali, quando il cerchio si chiude svelando la storia che c’è dietro quella deturpazione sul volto e quella maschera per coprire le orrende cicatrici. Ciò che succede nella lunga parte centrale sembra un lavoro a se stante: un salto temporale di dieci anni ci porta all’interno di un istituto per ragazzi con disturbi mentali, dove Bustillo e Maury mischiano le carte per bene impedendo allo spettatore di capire chi sia il discendente incestuoso della Sawyer Farm. E ci riescono con arguzia, trasformando la fuga da questo circondario per adolescenti in un massacro on the road dove assistiamo ad alcune immagini squisitamente truculente (buoni gli effetti) o addirittura macabre, come quella della slinguazzata necrofila nella scena del threesome con il morto.
Il confine tra prequel e film che prende le distanze dalle atmosfere originali della saga è molto labile, “Leatherface” infatti ha una sua precisa identità che guarda più ai reietti di Rob Zombie (le feroci sequenze nel pub) che alle dinamiche a sfondo sociale di quella fattoria sperduta nel Texas. Uno stato che viene nominato spesso nell’opera, senza però che si avverta quella pericolosità costante dei suoi abitanti più retrogradi (come spesso è accaduto in passato in moltissime pellicole di taglio simile). Questo è un limite, poiché al di là della confezione impeccabile, Bustillo e Maury non riescono a trasmetterci quel marciume tipico della family a noi cara (e del territorio attiguo), puntando tutto su questo gruppetto di teenager (con i quali non si crea alcuna empatia) e sul poliziotto che si mette sulle loro tracce (interpretato dal bravo Stephen Dorff, qui più psicopatico di loro). Senza dimenticare qualche piccola forzatura di contorno (ingenua la camerata mista con maschi e femmine nella stessa stanza all’interno di uno centro di igiene mentale!).
Nonostante i limiti di cui sopra, “Leatherface” supera con qualche fatica i nostri dubbi rivelandosi un lavoro interessante e mai noioso, un ritorno su discreti livelli per una coppia di registi che sembrava ormai a corto di idee. La loro impronta c’è e si vede, questo è già molto e ce lo facciamo bastare.

3

(Paolo Chemnitz)

Leatherface-2017

 

 

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