Dans Ma Peau

dans ma peaudi Marina De Van (Francia, 2002)

Il cinema di confine francese, esploso con l’avvento del nuovo millennio, può essere identificato con due filoni entrambi estremi ma di base differenti: un primo più istintivo, ferale e di matrice prettamente horror, un secondo legato invece a una deriva autoriale di stampo drammatico. Così se da un lato troviamo i vari Alexandre Aja, Xavier Gens, Pascal Laugier o la coppia Alexandre Bustillo e Julien Maury, nel rovescio della medaglia possiamo riconoscere alcune opere disturbanti come il sobrio “Trouble Every Day” (2001) di Claire Denis o “Dans Ma Peau” (2002) di Marina De Van.
Proprio la regista transalpina è la protagonista indiscussa di questo lavoro (conosciuto anche con il titolo internazionale “In My Skin”), un volto  tormentato che ricorda non poco quello di Béatrice Dalle (già ammirata nel succitato film della Denis e poi ancora nel sublime “À L’Intérieur”). Un gioco di intrecci che segna un percorso univoco e importante, alla luce delle grandi soddisfazioni che ci hanno regalato i francesi soprattutto nel corso dello scorso decennio.
Esther è una donna a cui in apparenza non manca nulla: ha un compagno premuroso (Vincent, interpretato dal bravo Laurent Lucas, poi finito alla corte di Fabrice Du Welz per “Calvaire” e “Alléluia”) e il suo lavoro procede serenamente nonostante una promozione che tarda ad arrivare. Una sera, durante un party, Esther scivola in giardino nel posto sbagliato e si ferisce a una gamba: un banale incidente che le cambia la vita. Nei giorni successivi la protagonista inizia a essere morbosamente attratta dal suo sangue, prima da quelle brutte ferite e poi da alcuni tagli che si procura con atti di automutilazione. Una patologia di cui lei ha vergogna, come accade nella memorabile scena del ristorante, quando la donna comincia a tagliarsi in modo compulsivo sotto al tavolo per non essere vista dai suoi colleghi di lavoro.
“Dans Ma Peau” non è quindi un film che racchiude il disagio di qualche ragazza bisognosa di attenzioni, ma è un body horror nel quale il dolore esistenziale apre un passaggio tra anima e corpo proprio attraverso quelle ferite. Questo senso di chiusura e di non comunicazione della propria condizione è il vero macigno che rende devastante la visione della pellicola, un’ossessione intima capace di implodere su se stessa e mai di manifestarsi esplicitamente al mondo circostante. Un incubo raccapricciante, dove l’autolesionismo al femminile (chissà quanto di autobiografico c’è in questo lungometraggio) incontra una gelida e inquietante follia ereditata dal passato (qualcosa di sinistro accomuna Marina De Van a Isabelle Adjani vista in “Possession”).
La De Van si dimostra perfetta nella doppia veste di attrice e regista, ma tutto il comparto tecnico risulta notevole (il sonoro è molto curato) e il cupo incedere dell’opera lascia crudelmente affascinati al termine dei fatidici novanta minuti. “Dans Ma Peau” è il suo miglior film (solo tre per adesso, tra i quali il deludente “Dark Touch”), un’opera capace di surclassare il gemello criptico “Trouble Every Day” della Denis e di ispirare più di una suggestione per alcuni lavori recenti legati proprio al binomio corpo/sangue (pensiamo al conterraneo e controverso “Raw”). Cicatrici che restano.

4

(Paolo Chemnitz)

dans ma peau picture

 

 

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