Jubilee

jubileedi Derek Jarman (Gran Bretagna, 1978)

Derek Jarman è stato un poliedrico regista britannico sempre coerente con le proprie idee. Omosessuale dichiarato, morì nel 1994 dopo una lunga malattia causata dall’AIDS. Prima di dedicarsi al mondo dei videoclip (soprattutto con The Smiths e Pet Shop Boys) e al cinema sperimentale e di avanguardia, Jarman debuttò dietro la telecamera con il controverso “Sebastiane(1976, film recitato completamente in latino), seguito due anni dopo da quello che si può ancora oggi considerare il manifesto cinematografico del punk rock.
In effetti “Jubilee” è un caotico affresco che mescola le tante sensazioni che si potevano respirare nella Londra del 1977 (anno in cui è stata girata la pellicola), rilette attraverso una satira tagliente e provocatoria, ovviamente anarcoide e in conflitto con l’ascesa dei conservatori guidati dalla futura Lady di Ferro Margaret Thatcher.
Il regista londinese si affida alla nostalgia: nel 1578, la regina Elisabetta I chiede all’alchimista John Dee di offrirle una visione di come sarà un giorno l’Inghilterra. Finiamo così nel 1977, l’anno del Giubileo d’Argento di Elisabetta II (all’epoca giunta al venticinquesimo anniversario della corona), ma quella che una volta era una nazione forte e ordinata si rivela un paese in totale decadenza, in preda alla violenza e senza un briciolo di civiltà. L’immagine della carrozzina data alla fiamme è la metafora eloquente del no future già cantato dai Sex Pistols, mentre Jarman descrive una città dai minacciosi contorni apocalittici, con le strade infestate da bande di teppisti (con più di un rimando ad “Arancia Meccanica”).
Kubrick è sicuramente uno spunto importante per il regista britannico, a sua volta influenzato dal barocchismo del cinema di Ken Russell, per il quale Derek Jarman era stato scenografo per “I Diavoli” (1971). “Jubilee” ne esce fuori decisamente appesantito nella messa in scena, ma è proprio con questo disordine che il film trova il suo preciso significato. Il plot qui non ha importanza, perché l’opera si snoda attraverso un collage di immagini d’impatto e di personaggi eccentrici e fuori di testa, tra cui spiccano musicisti e altri attori non professionisti (inclusi due fratelli bisex incestuosi). Proprio la colonna sonora è uno degli elementi esaltanti della pellicola, con alcuni passaggi che si rivelano dei veri e propri videoclip, a cominciare da “Plastic Surgery” dell’allora emergente Adam Ant fino alle note di “Rule Britannia”, qui reinterpretata con un’accezione teatrale e beffarda da Pamela Rooke aka Jordan (senza dimenticare i contributi musicali di Wayne County e Brian Eno). C’è anche un cameo di Siouxsie.
“Jubilee” suona come una condanna assoluta per l’Inghilterra del periodo, ma contemporaneamente la blank generation non offriva nessuna alternativa, se non un vuoto (blank) colmato soltanto con la violenza, le droghe e il nichilismo. Il film, pur nella sua effervescenza, è lontano dal poter essere considerato un capolavoro: ne riconosciamo però il suo status di cult movie, alla luce delle tante suggestioni visive e sonore che lo colorano come un’irriverente opera dadaista.

3,5

(Paolo Chemnitz)

jubilee1

 

 

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