Amer

amerdi Hélène Cattet e Bruno Forzani (Francia/Belgio, 2009)

Hélène Cattet e Bruno Forzani sono una coppia sia nella vita che nel cinema (origini francesi ma vivono a Bruxelles). Proprio nel decennio in cui l’horror transalpino ha tirato fuori le sue pellicole più ferali ed estreme, “Amer” prende una strada diversa, contorta e affascinante, legandosi a doppio filo con il giallo all’italiana dei tempi andati ma rileggendolo sotto un’ottica completamente sperimentale. Un tributo coraggioso, a tratti pretenzioso, ma capace di incollare lo spettatore allo schermo grazie a un furore visivo devastante, frutto di una tecnica sopraffina ereditata proprio dai Maestri nostrani di vecchio corso.
Girato a Mentone, a pochi chilometri dalla Liguria, il film si divide in tre atti distinti tra loro, i quali riassumono i tre passaggi della vita della protagonista Ana: la sua infanzia, la sua adolescenza e l’età adulta. Nel primo segmento osserviamo la bambina all’interno di una casa in preda a visioni inquietanti, un limbo sospeso tra realtà e incubo che ritroviamo anche nell’ultimo frammento dell’opera, quando la donna ritorna in quella dimora ormai abbandonata. La parte centrale, pur mostrando le particolari suggestioni del paesaggio della Costa Azzurra, si dimostra meno riuscita poiché slegata dalle altre, ma accentua comunque quella sottile componente sensuale che si respira per buona parte della pellicola.
“Amer” è un film da prendere o lasciare. I dialoghi ridotti all’osso e l’assenza di un plot vero e proprio possono intimorire chi non ha dimestichezza con questo tipo di linguaggio cinematografico, ma una cosa è certa: Cattet e Forzani ci regalano una delle più avvolgenti esperienze visive e sensoriali di questo nuovo millennio, un lavoro che vive di sospiri, di fruscii, di passi, di intense e strette inquadrature sui dettagli e di occhi che scrutano continuamente da qualche serratura. Il segmento iniziale è strepitoso, è Mario Bava che incontra “Suspiria” (1977) in un vortice psichedelico di luci blu, verdi e rosse, dentro questa villa liberty nella quale la piccola Ana osserva un microcosmo surreale, oscuro e maligno. La paura della crescita, probabilmente.
Da grandi amanti dell’italian giallo, la coppia di registi ha utilizzato uno score musicale già edito, con pezzi di Ennio Morricone, Bruno Nicolai e Stelvio Cipriani, questi ultimi veramente portentosi (estratti da “La Polizia Sta a Guardare” del 1973 e “La Polizia Ha Le Mani Legate” del 1975). Citazioni su citazioni a cui però non corrisponde una mancanza di originalità (come è accaduto nei recenti gialli del regista argentino Luciano Onetti), perché Hélène Cattet e Bruno Forzani qui decostruiscono il genere, lo riducono a uno scheletro, lasciando che siano i sensi a farci da guida in questo labirinto di indecifrabile bellezza.
“Amer” quindi non è solo un esercizio di stile come invece il suo strampalato successore “L’Étrange Couleur Des Larmes De Ton Corps” (da noi “Lacrime Di Sangue”, 2013), ma è una pellicola che scuote l’intelletto, mostrando una notevole capacità nel saper maneggiare una materia ricca di sfumature (traumi infantili, assassini neroguantati, rigorosa psicanalisi), un mix che sfocia nella videoarte mai fine a se stessa. In attesa dell’imminente “Laissez Bronzer Les Cadavres” (2017), annunciato come un thriller mediterraneo dai connotati western e girato in Corsica. Perché con queste potenzialità si può fare di meglio del già valido “Amer”, ne siamo convinti.

4

(Paolo Chemnitz)

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