Kinatay

kinataydi Brillante Mendoza (Filippine/Francia, 2009)

Il cinema filippino ha una sua importante passerella di nomi dietro la telecamera, sia dal punto di vista autoriale (ricordiamo la vittoria di Lav Diaz al Festival di Venezia nel 2016) che da quello legato al genere (in questa sede apprezziamo non poco le recenti opere di Erik Matti). Poi c’è il talento puro e incostante, ovvero Brillante Mendoza, un regista classe 1960 formatosi nel campo pubblicitario e in seguito affermatosi con una serie di film di taglio differente, tra cui ricordiamo i controversi “Masahista” (2005) e “Serbis” (2008), ma anche i più maturi “Lola” (2009) e “Captive” (2011), quest’ultimo addirittura con Isabelle Huppert protagonista. “Kinatay – Massacro” è il suo lavoro più conosciuto, almeno qui in Italia, dove è stato pubblicato in edizione home video sull’onda dei tanti riconoscimenti raccolti in giro per il mondo (inclusi i Festival di Cannes e Sitges).
I primi trenta minuti ci catapultano nella quotidianità di Manila: veniamo sbattuti nel traffico caotico in mezzo a un formicaio di persone, mentre facciamo conoscenza di una giovane coppia in procinto di sposarsi. Lei una diciannovenne incinta e lui (di nome Peping), aspirante poliziotto col sorriso da bravo ragazzo e tanti sani principi. Mendoza si dimostra un antropologo con la cinepresa, ma a parte questo spaccato interessante della vita nelle Filippine, il film prende forma in maniera solare e innocua, come il più semplice dei melodrammi. Una lunga introduzione però fondamentale (poiché complementare) al resto della pellicola, quando improvvisamente sopraggiunge il buio pesto.
Calano le tenebre. Ritroviamo Peping insieme a un gruppetto di loschi e corrotti individui: la metropoli notturna si popola di drogati e prostitute, il rovescio della medaglia di Manila si mostra in tutta la sua potenza. Questi uomini rapiscono una puttana piena di debiti, la caricano su un furgone, infine la portano dentro un casolare fuori città dove la legano, la violentano e poi la ammazzano smembrandone il corpo senza pietà. Il ragazzo è complice ma ha bisogno di soldi per mantenere la sua famiglia, così assiste impotente al massacro, tra blandi sensi di colpa suggeriti dalla sua timidezza (è la sua prima missione per conto di questa gang) e dalla sua (pseudo)morale da futuro rappresentante delle istituzioni.
“Kinatay” è un incubo quasi surreale, un affresco sublime di una notte da spavento, un film che durante queste sequenze oscure viene girato in digitale e senza l’ausilio di luci che non siano quelle di un’insegna al neon, di un fanale di una macchina o di una lampada sul comodino. Il viaggio in furgone dalla città alla campagna è un momento altissimo di cinema: la fotografia è strabiliante e le suggestioni, accompagnate da un cupo score di marca ambientale, sfociano nelle tenebre lynchiane più avvolgenti e inquietanti. Brillante Mendoza così pareggia i conti, il bianco si trasforma in nero, il giorno lascia spazio a un silenzio assordante (squarciato dai lamenti della donna) e l’attesa dei primi bagliori dell’alba diventa quasi una liberazione per noi spettatori, nonostante quella radio dentro al taxi che racconta di continui ritrovamenti di cadaveri fatti a pezzi in giro per Manila (tra i sacchi della spazzatura spunta una testa). “Kinatay” è un brutale dramma d’autore dalle fosche tinte horror, diretto in maniera impeccabile e capace di tenerci incollati allo schermo soprattutto nei momenti di quiete, quando avvertiamo delle sensazioni stranianti che penetrano fin sotto la pelle. Il realismo più nero.

5

(Paolo Chemnitz)

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