La Maschera Del Demonio

la maschera del demoniodi Mario Bava (Italia, 1960)

Mario Bava è il punto di partenza, la base su cui poggia tutto il cinema horror italiano. Un regista essenziale che ancora oggi non gode dei doverosi riconoscimenti, almeno in patria. Non ci riferiamo esclusivamente all’importanza del genere gotico e al suo sviluppo durante gli anni sessanta (un filone fondamentale, così come accade in Inghilterra con la Hammer), ma anche all’innovazione dal punto di vista tecnico e fotografico (troviamo lo stesso Bava come vice Riccardo Freda nel prototipo “I Vampiri” del 1957).
Ma è “La Maschera Del Demonio” il film che apre questa grande stagione cinematografica, riscoperta a posteriori in Italia ma già molto amata oltreconfine (Stati Uniti, Francia e non solo), un’opera che appare sugli schermi quasi contemporaneamente a “L’Amante Del Vampiro” (1960) di Renato Polselli e “Il Mulino Delle Donne Di Pietra” (1960) di Giorgio Ferroni, quest’ultimo a colori. Però il film di Bava ha una marcia in più e ancora oggi, riguardando i primi minuti della pellicola, capiamo che c’è qualcosa di magico tra quei fotogrammi.
Diciassettesimo secolo: Asa Vajda (Barbara Steele) viene giustiziata insieme al suo compagno Javutich, l’inquisizione li ritiene colpevoli di stregoneria. La sequenza è talmente suggestiva che regala brividi anche dopo ripetute visioni, non solo per le atmosfere sinistre (le torce, gli uomini incappucciati) ma anche per come Mario Bava chiude l’incipit, con il boia che colpisce con un martello il volto della donna, inchiodando su di esso una maschera. E’ solo il 1960 ma l’orrore entra nel nostro cinema dalla porta principale, senza nascondere la mano ma mostrando i suoi effetti devastanti.
Dopo due secoli la maledizione lanciata da Asa torna a manifestarsi. Due incauti viaggiatori diretti a un congresso in Russia risvegliano questa entità, pronta a prendersi il corpo di una sua diretta discendente (Katia, sempre interpretata da Barbara Steele), all’interno di un castello che presto diventa un luogo di strani e sinistri avvenimenti.
Timidamente ispirato a un racconto (“Vij”) di Nikolaj Vasil’evič Gogol’, il film di Bava riesce a catturare più per le immagini che per la storia stessa, a dire il vero anche poco interessante al cospetto di tutto il resto: la regia è di spessore e sfrutta a pieno soggettive e carrellate, così come la bellissima fotografia in b/n, ma a stupire più di ogni altra cosa è il volto prima demoniaco e poi angelico della Steele (appena ventiduenne), qui in un doppio ruolo da urlo (è proprio il caso di dirlo!) che ne decreta un successo planetario come scream queen (l’anno seguente viene scritturata da Roger Corman per “Il Pozzo E Il Pendolo” e poi la ritroviamo nuovamente in Italia con altri lavori importanti, come ad esempio “Danza Macabra” di Antonio Margheriti).
“La Maschera Del Demonio” ci inoltra all’interno di un linguaggio oscuro, decadente e finalmente esplicito (la marchiatura sul corpo della strega è eloquente), un titolo che per ovvie ragioni storiche premiamo con il massimo punteggio, anche se a nostro avviso il regista ligure è riuscito a superarsi ulteriormente con alcune sue opere successive, dove spariscono le piccole ingenuità dettate dal budget esiguo ed esplode definitivamente quella debordante personalità dietro la mdp. Ma sia chiaro, questo film è un passaggio obbligatorio per conoscere, capire e amare il cinema fantastico moderno.

5

(Paolo Chemnitz)

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