L’orrore insito nell’uomo. Il pessimismo nella prima trilogia zombi di George Romero

roMy zombies will never take over the world because I need the humans. The humans are the ones I dislike the most, and they’re where the trouble really lies.

(George A. Romero, 1940 – 2017)

Il cinema piange un genio. Un rivoluzionario. Colui che ha posto la linea di confine tra horror classico e horror moderno. “La Notte Dei Morti Viventi” (“Night Of The Living Dead”, 1968) introduce la figura dello zombi contestualizzato all’interno della società contemporanea, lontano perciò da quelle derive vudù caraibiche che avevano contraddistinto il cinema dei morti viventi fino a quel periodo. Non più rituali e stregoni, ma un chiaro riferimento alla guerra in Vietnam, al razzismo e alla politica americana complice di orrori che non potevano essere taciuti. Una prima metafora, già perfetta.
Il secondo tassello della trilogia storica giunge dieci anni dopo. “Zombi” (“Dawn Of The Dead”, 1978) rappresenta una feroce critica al consumismo e al capitalismo. Il centro commerciale diventa il fulcro dell’azione, Romero mostra gli zombi in un eterno ritorno nel luogo cardine della società dei consumi, il Monroeville Mall in Pennsylvania, quello che una volta era il santuario della nuova società capitalistica. L’apocalisse perciò muta qualunque cosa, ma non cambia l’istinto primordiale che muove questi esseri mostruosi, capaci di convogliare in massa verso questo posto ammaliante fatto di luci, negozi e finta felicità. Gli zombi sono gli uomini stessi, lobotomizzati.
“Il Giorno Degli Zombi” (“Day Of The Dead”, 1985) chiude magistralmente la prima fase cinematografica dedicata ai morti viventi. Il mondo, ormai dominato da questi esseri affamati di carne umana, non offre più speranza: il regista ambienta il film all’interno di un bunker nel sottosuolo, ponendo ancora una volta l’accento sull’orrore insito nella nostra specie. L’uomo, incapace di gestire una situazione di emergenza, riversa contro i propri simili l’egoismo, l’arroganza e la presunzione, aspetti con cui Romero dipinge i militari della base, in un gioco di specchi che riporta direttamente alla società americana degli anni ottanta allora governata da Ronald Reagan (guerra fredda e corsa agli armamenti).

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“Night Of The Living Dead”, la notte. “Dawn Of The Dead”, l’alba. “Day Of The Dead”, il giorno. Il tempo romeriano scandisce i tre momenti chiave di una lenta discesa dell’umanità verso l’autodistruzione.
Se nel primo lavoro il regista aveva posto le basi per il risveglio e l’invasione (in un ambiente comunque circoscritto), “Zombi” contempla un’epidemia ormai a livello mondiale, con i sopravvissuti comunque ancora capaci di lottare sul proprio territorio, soprattutto nelle campagne e nelle zone meno abitate. La terza fase incarna il nichilismo più oscuro. Ce ne accorgiamo fin dall’incipit, nel quale un elicottero in ricognizione atterra in una città della Florida per cercare qualche superstite ancora in vita: il panorama è desolante e per i protagonisti non resta che tornare nella propria base militare sottoterra.
La trilogia segue un filo logico solido e immutabile, una parabola decrescente che atterra nel buio assoluto. La razza umana è destinata a soccombere ma la piaga è rappresentata dall’uomo stesso, ecco che così si avverano le parole di Romero poste in apertura.

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Siamo noi il problema. Ne “La Notte Dei Morti Viventi” il vero scontro avviene all’interno della casa assediata. Harry contro Ben, la prova inconfutabile che la non collaborazione tra simili porta a un’inevitabile disfatta, soprattutto durante le emergenze. Con i due giovani fidanzati (Tom e Judy) che muoiono in circostanze atroci. Nuove generazioni che non hanno neppure il tempo di godersi la vita. E’ l’America che brucia le sue forze più fresche, mandandole a morire al fronte.
Con “Zombi” si litiga già in televisione e alla radio: uccidere i morti viventi sganciando bombe nucleari? Sì, no, forse. Ma quando i quattro fuggiaschi si chiudono dentro il centro commerciale, quell’angolo di paradiso appena conquistato con forza e sacrifici viene violato dall’irruzione di una gang di motociclisti capitanata da Tom Savini. Gli zombi, fino a quel momento ammassati nell’ampio parcheggio, rientrano nel Monroeville Mall insieme agli sciacalli, così anche in questo caso lo scontro definitivo, quello che pone fine all’equilibrio raggiunto, è tra gli uomini.
L’ultimo tassello racchiude il pessimismo romeriano in maniera definitiva. Ne “Il Giorno Degli Zombi” l’ottuso Capitano Rhodes prende il comando delle operazioni mettendosi in netto contrasto con gli esperimenti del Dottor Logan, considerati lenti e poco risolutivi (nonostante il luminare sia orgoglioso di Bub, uno zombi ammaestrato capace di utilizzare alcuni oggetti rudimentali). La scienza per Romero è progresso, il mezzo unico per risolvere i problemi che affliggono il pianeta. Ma l’epilogo è tragico, perché il caos generato dai conflitti interni nel bunker lascia via libera all’invasione mostruosa degli zombi, la quale si risolve con una carneficina dalle immani proporzioni. Questo terzo atto rappresenta non solo un completamento, ma un’estensione concettuale dei primi due film. La lotta tra esseri umani, già importante in “La Notte Dei Morti Viventi” e poi ribadita in “Zombi”, qui diventa lo snodo cruciale su cui poggiare gli eventi, ammantati di una negatività assoluta che non riusciremo a trovare neppure nella successiva trilogia (realizzata dal regista durante il nuovo millennio). L’uomo merita di soccombere per colpa della sua stessa idiozia, il futuro è nero e il cinema di Romero ce lo racconta da cinquant’anni.

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Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla terra.” Non c’è più posto infatti, prepariamoci al peggio. Addio George, insegna agli angeli a sparare in testa, non si sa mai.
R.I.P.

Articolo a cura di Paolo Chemnitz

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One thought on “L’orrore insito nell’uomo. Il pessimismo nella prima trilogia zombi di George Romero

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