La Casa Dalle Finestre Che Ridono

la casadi Pupi Avati (Italia, 1976)

Una piccola retrospettiva su “La Casa Dalle Finestre Che Ridono” è più che doverosa. Parliamo di un cult del cinema italiano che ha sempre brillato di luce propria, distinguendosi sotto vari aspetti sia dal giallo tanto in voga in quel decennio, sia dal cinema horror in senso stretto. C’è l’orrore sì, così come c’è anche l’indagine privata condotta dal testardo protagonista Stefano (Lino Capolicchio), ma lo sviluppo del film contempla dinamiche da thriller e un alone inquietante da mystery movie che trova le sue atroci risposte solo nel finale. Una conclusione raccapricciante come poche altre viste sullo schermo. L’opera perciò gode dell’apporto di una serie di ingredienti capaci di infondere varie sfumature all’iter narrativo, spesso lento e avvolgente ma sempre abile nel tenere alta la nostra attenzione, grazie a una sfilza di indizi disseminati lungo il percorso che a fine visione risultano decisivi per far tornare tutti i conti.
In questo caso, raccontare la storia non è fondamentale, perché “La Casa Dalle Finestre Che Ridono” è un passaggio obbligato che tutti praticamente conosciamo, un lavoro estremo più concettualmente che visivamente e comunque basilare per qualsiasi appassionato di cinema di genere. Un prodotto che mette i brividi fin dai titoli di testa: ascoltiamo la voce sofferente di Buono Legnani, il pittore delle agonie, il cui spirito aleggia per tutta la durata dell’opera. Non è un caso che il tormento generato dalla sua attività dipinga anche il mood malsano e agghiacciante nel quale si muovono i personaggi. Pupi Avati infatti affonda il coltello ancora più giù, facendo collimare la straziante testimonianza del Legnani con il martirio di San Sebastiano raffigurato nel quadro da restaurare, un’immagine simbolica per la storia dell’arte nel corso dei secoli (l’iconografia è controversa, poiché il Santo è associato all’ambiguità sessuale, argomento che torna sia nel nostro caso che ad esempio nel contemporaneo “Sebastiane” di Derek Jarman).
Una volta costruito lo scheletro portante del film, “La Casa Dalle Finestre Che Ridono” si occupa del resto. Prima di tutto dei personaggi, tutti collegati tra loro (a esclusione di Stefano, di Francesca e del malcapitato Coppola) da un legame omertoso che custodisce gelosamente il segreto della comunità. Un passaparola silenzioso che trama contro il protagonista, un muro che non può essere scavalcato, pena la morte. Personaggi per giunta incredibili: il prete, il chierichetto Lidio (ottuso e perverso), la paralitica, un panorama che fin da subito rivela in maniera implicita qualcosa di sconcertante (“as flores do amor, flores lindas do meu jardim...”).
Il secondo fattore, non meno importante, è quello legato alla location: Avati gira tra la provincia di Bologna (quel casolare presso Malalbergo purtroppo non c’è più) e quella di Ferrara (Comacchio, facilmente riconoscibile, oltre ad alcune zone rurali circostanti), calandoci nel torpore della bassa padana, dove anche l’aria immobile del primo pomeriggio sembra minacciare l’incolumità di Stefano. L’uso dell’accento del luogo, le atmosfere uniche, il territorio, tutto fa pensare a un cinema autoctono, termine stavolta da tradurre come qualcosa di improponibile in un altro posto. Una geografia del terrore che in Italia non è mai stata sfruttata a pieno dopo la grande stagione del cinema bis degli anni settanta, un vero peccato proprio alla luce delle grandi suggestioni che il nostro paese è capace di comunicare con le sue diversità ambientali e urbanistiche (recentemente solo il bravo Lorenzo Bianchini ha cercato di intraprendere con una certa continuità un discorso simile nel suo Friuli).
“La Casa Dalle Finestre Che Ridono” è un tripudio di raggelante claustrofobia (nonostante gli ampi spazi all’aperto), un’opera al nero che riesce a far accapponare la pelle scena dopo scena, ancora oggi. Anche solo ascoltando i discorsi di Coppola sulle due sorelle: incesto, perversione e delirio, con intorno casolari diroccati, campagne sterminate e l’acqua immota dei canali che sembra comunicarci una disgrazia imminente. Un capolavoro assoluto.

5

(Paolo Chemnitz)

La-casa

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