Bone Tomahawk

bone_tomahawkdi S. Craig Zahler (Stati Uniti, 2015)

Il 2015 ha segnato con successo il ritorno di Kurt Russell al western: stesso look con baffoni imponenti ma per lui due film e due personaggi molto diversi tra loro, prima uno sceriffo in “Bone Tomahawk” e subito dopo un cacciatore di taglie in “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino. E nonostante una locandina molto classica e convenzionale, il debutto alla regia per S. Craig Zahler rappresenta una delle più interessanti commistioni tra western e horror viste di recente sul grande schermo. Non che ce ne fossero state tante in passato, ma film come “Ghost Town” (1988), “L’Insaziabile” (1999) oppure “Exit Humanity” (2011) li ricordiamo sempre con piacere (soprattutto il secondo, diretto da Antonia Bird, con David Arquette che ritroviamo di nuovo proprio in “Bone Tomahawk”).
Nel tranquillo villaggio di Bright Hope qualcosa di inquietante sta per accadere: un vagabondo attira sul posto strane presenze (che all’inizio si muovono come ombre), mentre da lì a poco una donna sparisce nel nulla. In realtà un gruppo di trogloditi cannibali è finito in quel luogo alla ricerca di cibo, così lo sceriffo si mette sulle loro tracce con tre coraggiosi compagni di viaggio (il suo logorroico vice, il marito della donna rapita e un misterioso pistolero gentiluomo), un lungo itinerario nel mezzo del nulla che li porta fin sotto le pendici di alcuni rilievi, dove questi individui vivono allo stato primitivo all’interno di caverne.
La pellicola dura ben 132 minuti ma tiene per buona parte incollati allo schermo: nella prima metà dell’opera ci imbattiamo in una sorta di western avventuroso, dove le atmosfere brulle e desertiche fanno da cornice al tragitto dei quattro spavaldi uomini, costretti a vivere costantemente in una situazione di assedio (molto belle le scene di accampamento notturno), facendoci percepire una sinistra calma apparente. La tensione è alta anche perché il regista inizialmente non mostra ma suggerisce (come quando ascoltiamo quei suoni ancestrali con i quali comunicano i trogloditi), ma il merito della riuscita del film va cercato soprattutto nei dialoghi, nei personaggi (Russell qui è un gigante) e nella svolta horror che giunge in maniera netta e improvvisa.
Le scene splatter in verità sono poche ma efficaci, “Bone Tomahawk” punta maggiormente sull’iconografia vintage di questi antropofagi, un vincolo di sangue che li lega addirittura a quelli visti in “La Montagna Del Dio Cannibale” (1978) di Sergio Martino, con attorno un contesto ambientale non troppo lontano dalle suggestioni assaporate nel celebre “Le Colline Hanno Gli Occhi” (1977). Questo fascino old-school è un’altra chiave che permette al film di convincere su vari fronti, senza dover per forza strizzare l’occhio alle derive action di taglio mainstream, motivo per il quale “Bone Tomahawk” è un lavoro comunque da prendere con le molle, proprio perché il concetto di tensione latente rischia di non essere codificato (portando quindi lo spettatore alla noia, soprattutto durante la lunga camminata nel deserto). Eppure il regista americano, che aveva già pronto lo script dal 2007, lascia il gruppo di protagonisti in balia del tempo e delle avversità, ponendo l’accento sulle situazioni negative che con il passare dei minuti tendono a trascinarci dentro un baratro. Con un finale in apparenza aperto, ma in realtà traumatico e irreversibile.
Bisogna solo avere un po’ di pazienza, “Bone Tomahawk” è un gran bel western atipico e contaminato che regala molte soddisfazioni, al di là del genere di riferimento. Ottimo.

4,5

(Paolo Chemnitz)

bone

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