Cannibal Holocaust

71Fz1sXuI+L._SL1024_di Ruggero Deodato (Italia, 1980)

“Cannibal Holocaust” è il cannibal movie per eccellenza. Ma è anche uno dei film più estremi mai concepiti, uno shock per lo spettatore e allo stesso tempo una testimonianza cruda e realistica del sempre controverso rapporto tra mondo occidentale e mondo primitivo. In questa retrospettiva, tornare sulla trama e sulle tante parole versate negli ultimi trentasette anni non avrebbe senso, perciò proviamo a fare una piccola lettura antropologica dell’opera di Deodato, oltrepassando quell’aspetto formale (ovviamente eccellente) a cui vogliamo comunque dedicare qualche riga.
Lo stile documentaristico del regista è all’avanguardia e si dimostra precursore assoluto del found footage che ritroveremo in seguito nell’osannato “The Blair Witch Project” (1999), nonostante già dai primi anni sessanta in Italia spopolassero i mondo movie (inizialmente legati ai nomi di Franco Prosperi, Gualtiero Jacopetti e Paolo Cavara, pensiamo appunto al seminale “Mondo Cane” del 1962, il quale diede il via a una lunga serie di pellicole). Queste opere mostravano un forte autocompiacimento etnocentrico, utilizzando in parte immagini fake (concepite per l’occasione) per raccontare le barbarie dei popoli del terzo mondo: un mix esotico di riti ancestrali e violenze di ogni tipo (pure sugli animali) che ottenne un clamoroso successo anche al di fuori dei nostri confini.
Ruggero Deodato non aveva intenzione di ribadire la presunta superiorità della civiltà moderna rispetto a quella legata alle superstizioni e alle credenze popolari, ma se il suo valido prototipo “Ultimo Mondo Cannibale” (1977) aggirava qualunque tipo di critica puntando quasi totalmente su avventura ed exploitation, è proprio con “Cannibal Holocaust” che egli affonda un duro colpo nei confronti della nostra società, capace di distruggere la tranquillità di chi ancora vive a stretto contatto con la natura, lontano dal denaro e dalla tecnologia.
Il titolo del film è perfetto proprio per entrare nell’ottica di cui sopra: il cannibalismo è un tabù occidentale, una pratica ripudiata che qui viene rinforzata da un altro termine – questa volta salito alla ribalta durante lo scorso secolo – ovvero l’olocausto, lo sterminio di massa di un’etnia (e non il sacrificio rituale di antica memoria). Deodato quindi gioca su un binomio ambiguo, perché se il cannibalismo è culturalmente associato alle popolazioni tribali, l’olocausto è generato dal buio pesto di un secolo malvagio come il Novecento. Un eccidio avvenuto nel cuore evoluto dell’Europa, non nella selvaggia Amazzonia. “Cannibal Holocaust” è quindi un ossimoro geniale.
giphy (1)Il contrasto è sicuramente una prerogativa importante che ritroviamo nel film, perché la crudezza di alcune immagini si scontra con il dolce andamento della memorabile colonna sonora curata da Riz Ortolani, ennesimo punto a favore di una pellicola la quale non ha bisogno di nascondersi dietro l’ipocrisia, poiché ci sbatte in faccia una realtà già esistente, un massacro da secoli perpetrato ai danni dei più deboli e dovuto al delirio di onnipotenza della civiltà occidentale.
Chi sono allora i veri cannibali? La violenza rituale può essere paragonata a quella gratuita che spesso vede protagonista l’uomo moderno? Tutte queste domande trovano la risposta in un’opera maldestramente accostata all’horror per le scene splatter, quando in realtà l’aspetto fondamentale che Deodato ha voluto sottolineare è proprio quello documentaristico, in un contesto che spazia tra dramma antropologico e proto-snuff. Ma se gli attori sono rimasti incolumi, gli animali sono stati immolati per la causa e l’indignazione per la scena della tartaruga gigante o per Luca Barbareschi che spara a bruciapelo a un maialino ha sempre scatenato più di una rivolta tra gli animalisti (nonostante la troupe e gli stessi indigeni si fossero successivamente cibati delle prede uccise, una prassi che ogni essere umano onnivoro segue quotidianamente).
“Cannibal Holocaust” inoltre anticipa quella morbosità legata alla morte tanto in voga nel nostro mondo dominato dai massmedia, una testimonianza diretta che uno dei protagonisti, Alan Yates, impone proprio nella sequenza della sua inevitabile fine (“continua a girare!”). Riprendere senza sosta, per tramandare ai posteri il momento cruciale della propria dipartita, un occhio che non smette mai di raccontare come nel più voyeuristico programma di cronaca nera. Quella camera a mano è solo uno dei segreti di un film tecnicamente sublime che ha superato processi, condanne, censure e quant’altro, entrando di diritto nella storia. Come l’immagine della donna impalata, devastante manifesto visivo di una pellicola che rappresenta un capolavoro assoluto del cinema altro, quello che piace (solo) a noi.

5

(Paolo Chemnitz)

cannibal holocaust

Pubblicità

One thought on “Cannibal Holocaust

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...