Katalin Varga

katalindi Peter Strickland (Romania/UK, 2009)

Peter Strickland è un regista inglese nato a Reading nel 1973. Fino a oggi ha diretto tre lungometraggi, “Katalin Varga” (2009), il nostalgico “Berberian Sound Studio” (2012) e l’affascinante “The Duke Of Burgundy” (2014), tre pellicole dalle tematiche molto diverse tra loro eppure accomunate da una regia raffinata e molto personale. Peccato che al suo esordio in pochi abbiano voluto credere in lui, almeno in patria, visto che Strickland è tornato dalla Romania (dove ha realizzato il film in meno di tre settimane) senza che nessuno fosse intenzionato a produrre la sua opera, per giunta girata nella lingua del luogo (e in ungherese). Ma proprio grazie ai soldi di due produttori rumeni, il lavoro è stato completato per poi essere lanciato con successo nei circuiti festivalieri (meritato Orso d’Argento a Berlino nel 2009).
Katalin Varga è il nome della protagonista, una donna che assieme al figlio Órban sta vagando tra i villaggi dei Carpazi con un carretto trainato da un cavallo, alla ricerca della verità sul suo controverso passato: deve infatti ritrovare l’uomo che undici anni prima l’ha stuprata e messa incinta. Subito si intuisce l’amore del regista per il vintage, per la fotografia sgranata, con Strickland capace di cogliere le atmosfere stranianti di quelle zone facendo uso del campo lungo e lasciando parlare i rumori della natura, tutte prerogative che rendono questo “Katalin Varga” un’opera dal mood a dir poco avvolgente. Questa misteriosa location dei Carpazi è delineata in modo ancora più cupo e inquietante per via di piccoli intermezzi di musica dark-ambient, tappeti oscuri che esplodono all’interno della selva impenetrabile trasformando il film in un dramma dalle incredibili suggestioni di taglio mystery (elementi persino horror che si manifestano osservando i volti di alcuni personaggi, come quello dell’uomo che avvicina Katalin durante la danza gitana attorno al fuoco).
Peter Strickland stravolge il concetto di revenge movie consegnandoci un twist finale imprevisto e sorprendente, una vendetta trasversale che risulta psicologicamente devastante: fin qui tutto bene, ma una volta svelato l’arcano le ultime battute del film si dimostrano invece poco plausibili rispetto a quanto visto prima, un vero peccato perché “Katalin Varga” riesce a perdere il suo mordente proprio in dirittura d’arrivo. Impossibile però non cedere al fascino di un’opera così carica di emozioni, un lavoro dalle derive palesemente autoriali, forse acerbo in qualche passaggio ma mai presuntuoso.
Sebbene il regista abbia ricevuto maggiori attenzioni con le sue produzioni successive, questo suo primo lungometraggio rappresenta ancora oggi il suo film più intrigante e malefico, una lunga contemplazione nel silenzio della Transilvania dove la presenza umana sembra il riflesso malvagio di una natura sovrana, maestosa e opprimente.

4

(Paolo Chemnitz)

kv

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