Femina Ridens

feminadi Piero Schivazappa (Italia, 1969)

Il 1969 è un anno attraversato da un fermento culturale figlio delle proteste sessantottine e della vivacità artistica delle avanguardie del periodo. Pellicole come “Dillinger E’ Morto” (di Marco Ferreri), “Nerosubianco” (di Tinto Brass) e appunto “Femina Ridens” – tutte rilasciate nel giro di pochi mesi – sono intrise di elementi pop art (impossibile dimenticare la pistola a pois nel film di Ferreri), ma è proprio con l’opera di Schivazappa che questa deriva esplode poderosamente, in un valzer scenografico che ancora oggi è il motivo principale per cui ricordiamo il film.
Il Dottor Sayer è un uomo ricco che detesta le donne: teme che la loro emancipazione possa metterle al centro dell’universo sostituendo il ruolo del maschio padrone, così ciclicamente si porta a casa alcune prostitute che in cambio di soldi si lasciano sottomettere in degradanti giochi sadomaso. Un giorno egli rapisce un’affascinante giornalista, Maria, la quale con un sottile quanto astuto lavoro psicologico riesce a sovvertire la sua posizione da dominata, trasformandola in quella da dominante. Il regista però non rende universale quel concetto proto-femminista della donna mantide, perché l’intelligenza e la dignità della protagonista non trovano il loro corrispettivo nella figura della prostituta, corrotta dal denaro e quindi schiavizzata.
Maria è interpretata da una bravissima Dagmar Lassander (attrice tedesca poi esplosa nel cinema bis italiano), mentre Sayer è il francese Philippe Leroy qui leggermente sopra le righe. Il rapporto controverso tra i due genera una storia speculare che nella seconda parte ribalta completamente i ruoli e nonostante fin da subito si riesca a immaginare dove vogliano andare a parare le vicende, restiamo comunque incantati da una fotografia eccelsa e da un ambiente candido, asettico, adornato da oggetti artistici e da sculture che rimandano a un simbolismo ancestrale e psicoanalitico (la vagina dentata di freudiana memoria). Con un valido score musicale di Stelvio Ciprani che fa il resto.
“Femina Ridens” si inserisce con prepotenza tra i film italiani più curiosi tra quelli usciti a cavallo tra gli anni sessanta e gli anni settanta, un’opera che merita la visione non solo per il curato lavoro scenografico ma anche per quell’impronta originale che rende ammalianti tematiche quali il sadomasochismo, la misoginia e la presa di coscienza femminile dopo le proteste del sessantotto (con conseguente ansia maschile da castrazione). Peccato che Piero Schivazappa non si sia ripetuto più a tali livelli, sarebbe potuto diventare l’audace controparte italiana di Jess Franco.

4

(Paolo Chemnitz)

feminaridens

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