Schramm

schrammdi Jörg Buttgereit (Germania, 1993)

Today I’m dirty, but tomorrow I’ll be just dirt”. Inizia con una citazione del serial killer americano Carl Panzram una delle opere più significative di Jörg Buttgereit, una storia di solitudine e perversione raccontata con il suo solito stile inconfondibile, ovviamente marcio, cupo e tremendamente realistico. Il regista tedesco ci fa immergere – in poco più di un’ora – nella vita quotidiana di Lothar Schramm, un compendio di tristezza e depressione che ripercorre alcune suggestioni già viste nel precedente “Der Todesking” (1990), quel senso di paranoia, di squallore inestirpabile e di dolore lancinante di cui è pregno ogni fotogramma del film. Eppure il protagonista sembra una persona apparentemente normale: durante il giorno fa il tassista e nel tempo libero frequenta Marianne, una prostituta sua vicina di casa di cui è invaghito, praticamente il classico uomo timido e impacciato capace però di trasformarsi in una belva feroce.
Buttgereit scompone l’opera in un puzzle delirante, tra flashback opprimenti, vorticosi movimenti di camera e impennate di violenza insostenibili, un mood straniante e allucinatorio sottolineato dagli incubi dell’uomo e da alcune scene a dir poco devastanti (come la deorbitazione dal dentista o il pene inchiodato al tavolo). Il film non ci risparmia neppure dei particolari minuziosi e solo in teoria superflui, come ad esempio quando Lothar, dopo essersi scopato una sorta di busto gonfiabile, si reca nel bagno per lavarlo con cura, una scelta fondamentale per renderci partecipi del disagio in cui vive l’interprete, come se fossimo chiusi a chiave con lui in quelle stanze così sporche e deprimenti, minuto per minuto. Un gelido incedere dai tratti sperimentali che anche questa volta si sposa alla perfezione con una mortifera colonna sonora (opera di Max Müller e Gundula Schmitz) e con il respiro affannoso del protagonista, un mix fatale di angoscia e decadenza.
Quando i serial killer sono raccontati da un punto di vista soggettivo, l’approfondimento psicologico riesce (quasi) sempre a metterci in una condizione di spaesamento: rimaniamo inermi e passivi davanti a questi personaggi malati, come appunto avviene in “Schramm” e in altri titoli simili (pensiamo anche al seminale “Angst” del 1983), l’esatto opposto di ciò che succede se visioniamo dei prodotti mainstream, dove il nostro occhio combacia con uno sguardo esterno istituzionale (“Il Silenzio Degli Innocenti”), lasciandoci al di fuori del macabro circolo mentale nel quale orbita il soggetto incriminato. Una divergenza enorme che appunto proietta questo tipo di film in un contesto molto più cupo e underground (e non solo per le differenze di budget), un limbo malsano indicato esclusivamente ai veri cultori dell’estremo. Alti livelli.

4

(Paolo Chemnitz)

schramm pic

 

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