Christine

christine1di John Carpenter (Stati Uniti, 1983)

Nonostante “The Fog” (1980), “1997: Fuga Da New York” (1981) e “La Cosa” (1982), il vero ingresso di John Carpenter negli anni ottanta è rappresentato da “Christine – La Macchina Infernale”, un film che apre una nuova era per il regista americano. In “Christine” non esistono più gli antieroi, ma una serie di personaggi stereotipati che ritroviamo spesso in molte pellicole contemporanee, dal bullo del college al nerd imbranato, fino alla ragazza affascinante da conquistare. E poi c’è l’adattamento al romanzo di Stephen King, che proprio durante quel decennio sarà la prassi di molti registi, con risultati per giunta discontinui.
Già nel 1977 – in ambito automobili killer – “La Macchina Nera” di Elliot Silverstein si era distinto grazie a qualche discreta intuizione, nonostante una regia di stampo televisivo: sei anni dopo Carpenter umanizza una bellissima Plymouth Fury bianca e rossa, rendendola seducente e magnetica, come se fosse una donna ammaliante a cui dedicare quotidianamente mille attenzioni. Il segreto di “Christine” è da ricondurre a questa peculiarità, un cambio di passo che travolge anche il protagonista Arnie Cunningham, in partenza sfigato ma poi contagiato dal potere misterioso di un vecchio rottame trasformato in una magnifica auto, un’ossessione che diventa il preludio per la vendetta contro il gruppetto di balordi che lo minacciano di continuo.
Il film è a tratti prolisso (105 minuti forse sono eccessivi), soprattutto nella prima parte nella quale accade poco o nulla, in seguito invece Carpenter torna a deliziarci con una serie di scene in notturna da brividi. Le apparizioni nefaste di Christine vengono sottolineate da una sfilza di brani anni cinquanta che risuonano dall’autoradio (la Fury fu messa in produzione a Detroit nel 1956), a cui si aggiunge una valida colonna sonora realizzata dallo stesso regista in combutta con Alan Howarth. La macchina che sfreccia di notte avvolta dalle fiamme è un’immagine simbolo dell’opera, ma non possiamo dimenticare le magnifiche sequenze della morte di Moochie, dove il montaggio unito alla regia è una lezione di cinema, con l’aggiunta di quelle atmosfere cupe che sembrano avvolgerci nell’oscurità più totale, illuminata soltanto dai fari di Christine.
Grazie a questi lampi nel buio la pellicola riesce a farsi apprezzare nella sua quasi totalità, nonostante sia ritenuta una delle meno personali di John Carpenter, oltre a non essere stata mai troppo considerata dai fan di Stephen King. Questo rapporto patologico con la propria auto rispecchia a pieno una sindrome tipica di molti uomini, motivo per il quale “Christine” è anche un lavoro sottilmente psicologico, dove la macchina diventa lo strumento per acquisire sicurezza, controllo e potere.
Se poniamo l’opera all’interno della filmografia del regista, sicuramente ne esce ridimensionata rispetto ai suoi capolavori, ma se la esaminiamo in un semplice contesto a se stante, il film è impregnato di quel mood tipico del periodo che Carpenter riesce a trasmetterci con molta dedizione alla causa. Poi rivedere quella Plymouth Fury che si ricompone è sempre un bel godimento, ti viene voglia di salirci sopra per farci un giro. A proprio rischio e pericolo.

3,5

(Paolo Chemnitz)

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