Calvaire

calvairedi Fabrice Du Welz (Belgio, 2004)

Marc Stevens è un cantante girovago che si esibisce nelle case di riposo per dare un po’ di sollievo alle vecchiette e alle infermiere. Durante l’incipit, in procinto di ripartire dopo uno spettacolo, una signora anziana nel camerino mostra i segni di un attaccamento morboso all’artista (“sapesse che gioia ci porta ogni volta che viene”), tentando anche un timido approccio sessuale con lui. Marc rifiuta stizzito e se ne va, consapevole di lasciare un vuoto in quella piccola comunità.
“Calvaire” tratta il tema dell’abbandono, un argomento che accomuna pure alcune successive pellicole di Fabrice Du Welz, come il sottovalutato “Vinyan” (2008) e l’ottimo recente “Alléluia” (2014). Perché il protagonista – una volta in panne con il suo furgoncino nei boschi delle Ardenne – finisce ospite di un ambiguo locandiere di nome Bartel, psicologicamente instabile dopo essere stato lasciato dalla moglie Gloria. Per Marc inizia il vero calvario, Bartel infatti vede in lui la reincarnazione della sua vecchia amata e lo costringe con vari espedienti a farlo rimanere lì, obbligandolo addirittura a vestirsi con gli abiti femminili della ex consorte. Il film scivola via su questa costrizione completamente malsana, un crescendo di tensione e di follia nel quale l’elaborazione del lutto/abbandono si risolve con la sostituzione e l’immedesimazione: Marc diventa Gloria, immolato per la causa come un Cristo sulla croce. Praticamente l’unica donna in un luogo spaventoso, una suggestiva campagna nebbiosa dove i bifolchi si ingroppano le scrofe in gran segreto, ritrovandosi poi nei bar e danzando sulle note dissonanti di un pianoforte (una straniante scena weird che vale da sola la visione del film, ispirata per giunta a un ballo bizzarro che ritroviamo nell’opera di André Delvaux “Una Sera… Un Treno” del 1968).
“Calvaire” saccheggia dal backwood brutality (“Un Tranquillo Weekend Di Paura”) ma anche dall’horror classico (“Non Aprite Quella Porta” e derivati), riuscendo però a brillare di luce propria soprattutto per la caratterizzazione riuscita dei personaggi e per una location alquanto macabra e inquietante, con Du Welz veramente abile nella regia. Il film (belga) si accoda (anche per l’aspetto linguistico) alla corrente horror francofona che tante soddisfazioni ci ha dato durante lo scorso decennio, ma invece di puntare sul sangue, “Calvaire” si dimostra efficace nel disturbare lo spettatore dal punto di vista prettamente psicologico, torturandolo di continuo in questo valzer di perversioni. Per una volta, non c’è bisogno di andare fino in America per trovare una piccola comunità di strambi e malsani deviati sessuali: c’è la locanda di Bartel e il villaggio attiguo. Dove a nessun forestiero è permesso di andare via.

5

(Paolo Chemnitz)

01-Calvaire

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