Le Colline Hanno Gli Occhi

colline_di Wes Craven (Stati Uniti, 1977)

“Le Colline Hanno Gli Occhi” (ovvero “The Hills Have Eyes” nel suo titolo originale) è un horror che ancora una volta Wes Craven permea di risvolti sociali e politici. Se con “L’Ultima Casa A Sinistra” (1972) gli orrori del Vietnam sono ancora vivi e dolorosi nella quotidianità americana, questa pellicola riflette invece un periodo instabile, un post Watergate nel quale il nuovo presidente Gerard Ford non si dimostra capace di gestire le redini del paese.
La famiglia Carter è in viaggio dall’Ohio diretta a Los Angeles. Bob, un poliziotto arrogante in pensione, guida un camper che finisce fuori strada in una zona desertica dove il posto abitato più vicino è una decrepita stazione di servizio. Ma qualcuno li sta osservando dalle colline circostanti, un gruppo di trogloditi cannibali (chiamati con i nomi delle divinità greche) divenuti tali in seguito ad alcuni esperimenti nucleari dell’esercito in quella terra di nessuno (per la cronaca, la Apple Valley in California). Le condizioni ambientali hanno reso queste creature capaci di muoversi a memoria in un luogo completamente ostico per la famiglia in viaggio, costretta a ripararsi nel camper e assediata da quel male oscuro che vede in loro delle succulenti prede.
Craven mette a confronto due mondi opposti, facendoli però combaciare: quello borghese e benestante, un allegra combriccola con cani al seguito e quello primordiale, mostruoso e incestuoso, nel quale il regista riesce anche a inserire un elemento ironico forse non voluto (il deforme Pluto, interpretato dal celebre volto di Michael Berryman, incute più simpatia che timore). Due facce della stessa medaglia che si scontrano senza esclusione di colpi, tra morti ammazzati, gente data alle fiamme e ovviamente mangiata, un’ecatombe nella quale Dio non può intercedere, neppure quando è implorato dalle preghiere dei Carter.
Il camper è uno status symbol nell’America degli anni settanta, pensiamo anche a “In Corsa Con Il Diavolo” del 1975, una casa mobile che diventa l’unico rifugio possibile davanti alle minacce del territorio circostante, una conquista del ceto medio-alto continuamente messa in discussione dalle paure crescenti di un paese ancora chiuso nella mentalità retrograda delle province più remote. Ma quando la famiglia deve sopravvivere, la bestia interiore esplode senza nessuna differenza sociale, come avviene appunto nell’opera di Craven, nella quale i Carter diventano belve tra le belve.
Il film, debitore anche di “Non Aprite Quella Porta” (1974), ancora oggi resta un buon horror realizzato con pochi mezzi: se però col tempo il suo status di cult movie ha perso in parte la sua carica, non possiamo di certo infierire su alcuni difetti evidenti (la recitazione e una seconda parte meno convincente, soprattutto per le movenze farsesche di questi cannibali). Inoltre il valido remake del 2004 (diretto da Alexandre Aja) per alcuni ha dato il colpo di grazia definitivo al valore pur importante dell’opera originale. Che per noi rimane un lavoro più che meritevole, ruvido e grezzo al punto giusto, come nella migliore tradizione dell’american horror di quel decennio.

4

(Paolo Chemnitz)

colline

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