Ambizione e competizione. La bellezza e l’orrore in sette film contemporanei

neon_o5pl4wxtsn1s2ftfvo4_540Un salto nel passato è d’obbligo prima di cominciare. Per parlare di “Eva Contro Eva”, un film di grande successo diretto da Joseph L. Mankiewicz nel 1950. Una pellicola, sceneggiata con grande acutezza, che racconta da un lato l’ambizione di un’aspirante attrice e dall’altro l’imminente decadimento di una diva costretta suo malgrado a cedere il passo. Una riflessione sulla prevaricazione, impregnata di perfidia, inganni e arrivismo, nella quale l’essere viene fagocitato dall’apparire.
A quasi settant’anni di distanza da quella memorabile testimonianza, la competizione nel mondo del lavoro (nel nostro caso della moda e dello spettacolo) è in continua espansione, anche per il ruolo sempre più centrale della donna in ogni ambito, con la psicologia che si interroga senza sosta sul perché di una rivalità molto più forte tra individui di sesso femminile, almeno in apparenza.
Non esiste vera bellezza senza il fascino e l’intelligenza, ma oggi, oltre all’avvento dei social network (capaci di amplificare e manipolare il bello inteso come qualcosa che piace ai nostri occhi), le varie possibilità di chirurgia estetica hanno creato nuove direzioni per competere, per combattere l’invecchiamento, per accrescere la propria autostima. Ce lo ricorda un film come “American Mary” (2012) delle sorelle Jen e Sylvia Soska, un viaggio nel sottobosco degli interventi plastici clandestini, un viavai di mostri e di freak in un percorso di (auto)distruzione fisica senza ritorno.
Ecco che entra in gioco l’orrore, di certo meno evidente e proponibile all’epoca di “Eva Contro Eva”, un punto di partenza che dà il via a una carrellata di sette titoli contemporanei che trattano appunto il tema della competizione, dell’ambizione, della bellezza che genera qualcosa di terribile. La morte, nel migliore dei casi.

Starry Eyes di Kevin Kolsch e Dennis Widmyer (Stati Uniti, 2014)

Sarah fa la cameriera in un fast-food e sogna di diventare attrice. Quando viene chiamata da una casa di produzione per un provino, entra in un mondo parallelo che fa paura. L’ambiente cinematografico di Los Angeles è descritto dai registi come un circolo esoterico nel quale si accede solo dopo aver superato un rituale di iniziazione. Da una prima parte drammatica si passa a una seconda prettamente horror, con la trasformazione psicofisica della protagonista, un passo che richiede sacrificio e dedizione alla causa. “L’ambizione, il più nero dei desideri umani” è una frase simbolica che assume un significato oscuro e maledetto e suona quasi come una condanna per l’antipatica protagonista. La quale cova un rancore irrisolto nei confronti delle sue (finte) amiche, in un circolo di invidie che anticipa il demone a neon di Nicolas Winding Refn. Il finale è un bagno di sangue non indifferente. Dispersivo ma interessante.

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Eat di Jimmy Weber (2014, Stati Uniti)

Se la protagonista di “Starry Eyes”, non contenta del suo primo provino, si chiude nel bagno strappandosi i capelli in una sorta di autopunizione, Novella, una trentenne incapace di superare varie audizioni per poter recitare nei film, fa molto di peggio. Si mangia. In questo caso la competizione è con se stessi, una spirale sempre più ossessiva e delirante che peggiora con il trascorrere dei giorni. La ragazza inizia dalle unghie, per poi passare al resto del corpo in un tripudio gore realizzato in maniera credibile e professionale. L’autofagia diventa metafora di una vita senza sbocchi, del sogno infranto: vorresti fagocitare il mondo dello spettacolo ma finisci costretto a cibarti del tuo corpo, un self-cannibalism che incarna una scalata al contrario, un orrore che nasconde la delusione suprema. “Eat” è un film patinato, eccessivo nei dialoghi e dal taglio pop, imperfetto ma allo stesso tempo viscerale, cupo, perverso. Una tragedia inevitabile.

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Excess Flesh di Patrick Kennelly (Stati Uniti, 2015)

La ricerca della bellezza come disturbo della personalità. “Excess Flesh” è una storia di invidia, di gelosia e di egoismo con protagoniste due ragazze, la bella Jennifer e la sua coinquilina Jill, umiliata dalla prima e psicologicamente sottomessa. Jill non ha lo stesso successo di Jennifer ed è ossessionata dalla sua vita spumeggiante: l’unico modo per raggiungere il suo status è quello di distruggerla, annullare la sua personalità infierendo sul suo fisico e ribaltando completamente i ruoli. Il cibo è l’elemento perturbante del film, onnipresente come in un circolo bulimico in cui ogni sostanza che viene ingerita diventa dannosa e quindi viene poi vomitata. Cibo di merda per giunta, fritture, gelatine, caramelle colorate, un elogio della nausea sottolineato dai ralenti sulle bocche pronte ad addentare questo menu rivoltante. “Excess Flesh” diviene così un food torture movie alquanto disturbante, con una competizione tra donne che gioca molto sull’elemento psicologico, nonostante un finale tirato per le lunghe e farcito da un evitabile spiegone. Il regista fa uso dello split screen: il doppio nella contemporaneità, Eva contro Eva in una lotta drammatica per calpestare l’antagonista. Annientare il bello per diventare belli, altro che specchio delle mie brame. Disturbante quanto basta.

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Model Hunger di Debbie Rochon (Stati Uniti, 2016)

Debbie Rochon è un’attrice canadese vista all’opera in una serie infinita di pellicole horror indipendenti. Questa è la sua prima prova alla regia, con una storia dedicata al fallimento di un’ex aspirante modella (Ginny) ormai divenuta anziana. “Model Hunger” è il film dei rimpianti, del non essere stati capaci di raggiungere il proprio obiettivo durante la vita. Ma in questo caso non assistiamo a nessuna autopunizione come abbiamo visto in “Eat”, Ginny infatti compie una vendetta drastica contro le giovani che coltivano il proprio sogno, da qui la trasformazione da mansueta signora in età avanzata in sadica e spietata assassina, con un crescendo splatter anche abbastanza divertente per l’ironia di fondo che permea la pellicola. Lo snodo concettuale del film è la privazione del successo, l’impedire agli altri ciò che è stato impossibile raggiungere durante la propria esistenza, tra invidia, gelosia e quel pizzico di follia tipica di un prodotto low budget che può permettersi di tutto. Anche di regalarci qualche scena grottesca. La competizione qui è retroattiva e si muove tra passato e presente.

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Helter Skelter di Mika Ninagawa (Giappone, 2012)

L’esasperante ricerca della bellezza raccontata attraverso la vita di una star, Lilico. Anche in Giappone non si scherza sul tema: per finire in tv basta vendere il proprio corpo al primo produttore, peccato che la protagonista viva il tutto come un’ossessione, da qui la crisi nel momento in cui sul suo viso compaiono delle macchie scure. Che presto si espandono ovunque. Da quell’istante capiamo che Lilico non è una creatura così perfetta e speciale, visto che è divenuta tale dopo una serie di interventi di chirurgia plastica in una clinica che utilizza scarti di pelle umana per rimettere a nuovo le persone (non siamo poi così lontani da alcune suggestioni del contemporaneo “American Mary”). La paura di invecchiare genera mostri, individui disposti a tutto pur di apparire piacenti al mondo dello spettacolo. La non accettazione del proprio corpo è la tematica portante di “Helter Skelter”, un titolo che suggerisce il caos totale, la confusione, un declino annunciato che dà vita a gelosie, scatti di rabbia improvvisi e perdita di controllo. Con una protagonista antipatica da morire. Un film eccessivamente lungo e superpatinato, ma se non sei bello non sei nessuno. Vallo a spiegare a certi giovani lobotomizzati.

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The Neon Demon di Nicolas Winding Refn (Stati Uniti/Danimarca/Francia, 2016)

C’è qualcosa di terrificante in questo mondo che accetta solo la bellezza”, parola di Refn. “The Neon Demon” è quel circolo invisibile nel quale una volta entrati, si è costretti a competere, primeggiare e fagocitare tutto ciò che può insidiare le proprie ambizioni. Lo sa bene anche Jesse, una ragazzina dall’aria svampita che riesce subito a farsi notare dai piani alti di Hollywood, scatenando l’astio e le invidie tra le sue colleghe più adulte, destinate a lottare contro i segni del tempo in un mondo di plastica completamente svuotato da ogni valore spirituale. Il regista danese ci bombarda con immagini spettacolari, ma nonostante questa patina pseudo-rassicurante, veniamo a scoprire un luogo ameno che nasconde tutti i mali (amplificati) di una società materiale che giudica e gratifica solo per l’aspetto fisico. Non a caso viviamo nell’epoca dei selfie, della chirurgia plastica e dei centri estetici che nascono come funghi: “The Neon Demon” è ovunque tra noi, Refn ci ha solo raccontato la punta dell’iceberg. Per questo fa paura. Un film malsano, da amare incondizionatamente.

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The Model di Mads Matthiesen (Danimarca, 2016)

Chiudiamo il cerchio con l’ultimo arrivato nel gruppo, un film danese coprodotto dalla Zentropa fondata da Lars Von Trier. In questa nostra carrellata, l’opera si stacca dalle derive di stampo horror, abbracciando in pieno il dramma (ma lasciando inalterata la carica concettuale alla base del discorso). Emma è una ragazzina che si trasferisce a Parigi, il suo sogno è quello di sfilare per qualche nome importante della moda. Ancora una volta, una giovane buttata nel mucchio e costretta a divenire complice di questo ambiente cinico che non fa sconti per nessuno. L’unica possibilità per sopravvivere ed emergere è il compromesso e l’assidua presenza sul campo (“fare tanta vita mondana. La clausura non porta da nessuna parte” sono le parole profetiche della sua coinquilina). Come per il suo illustre collega “The Neon Demon”, la protagonista neppure maggiorenne qui recita un ruolo chiave per lo svolgimento della storia: è il trionfo dell’innocenza, dell’ingenuità, di quella bellezza acerba ma viva come una fiamma ardente che non ha bisogno di espedienti artificiali per attirare le attenzioni. Si tratta di un film diretto in maniera molto raffinata a cui però manca il quid per emergere, complice un plot che perde di interesse nelle battute conclusive. Ma la visione, anche in questo caso, è consigliata. Bello o brutto che sia, the show must go on.

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Articolo a cura di Paolo Chemnitz

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