Demon

demonposterdi Marcin Wrona (Polonia/Israele, 2015)

Il vero risvolto agghiacciante che c’è dietro “Demon” è il destino del regista Marcin Wrona, trovato impiccato all’età di quarantadue anni in un bagno durante il Festival del cinema a Gdynia, nella sua Polonia. Pare che egli soffrisse di depressione e che fosse rimasto profondamente deluso dall’accoglienza del suo lavoro proprio all’interno di questa rassegna (l’opera poi ha ricevuto alcuni riconoscimenti postumi a livello internazionale). Eppure in “Demon” non compaiono sintomi di malessere legati alle condizioni psichiche del regista, la storia riesce addirittura a toccare in maniera ironica il tema della possessione e del sovrannaturale, limando le spigolature di matrice horror in favore di un dramma a tratti tragicomico.
Piotr e Zaneta stanno per sposarsi: lui vive a Londra e corre dalla futura moglie in terra polacca, dove riceve come regalo dal nonno della donna un terreno sul quale i due potranno costruirsi la futura casa. Mentre esamina la zona per i lavori, egli rinviene alcune ossa umane, una visione che avrà presto influenze nefaste sul suo comportamento.
La scene del matrimonio occupano gran parte della pellicola ed è interessante osservare lo sviluppo degli eventi, con un protagonista sempre più strano e avulso dai festeggiamenti. Piccoli segnali che minano la tranquillità degli invitati e di Zaneta, costretta a fronteggiare la condotta di Piotr, il cui stato peggiora con il passare dei minuti senza che nessuno riesca a capire se si tratti semplicemente di una sbornia, di una crisi epilettica o di qualcos’altro.
In realtà Marcin Wrona, nella sua cattolicissima Polonia, introduce il tema sovrannaturale del Dybbuk (il significato letterale è appiccicato), uno spirito maligno della tradizione ebraica in grado di legarsi agli esseri viventi. Una variante sul tema che non cambia comunque le conseguenze a cui andrà incontro la vittima (capace di parlare anche in altre lingue), nonostante “Demon” si focalizzi per lo più sul caos generale scaturito da questa possessione e non sul modo di agire di Piotr. Lo snodo cruciale dell’opera va infatti ricercato nella cerimonia, nei balli sfrenati e nel consumo di alcool, una sorta di allucinazione di gruppo dove il Dybbuk può controllare a suo piacimento il destino del protagonista, senza la possibilità di un intervento medico o religioso. L’apollineo viene praticamente oscurato dal dionisiaco.
Il taglio semiserio del film risulta decisivo per evitare la solita caduta nei cliché del genere, inoltre “Demon” funziona grazie a una buona regia e a una valida fotografia che sembra voler annebbiare i colori e le emozioni. Nulla di fondamentale, ma un onesto e originale diversivo sull’argomento.

3

(Paolo Chemnitz)

demon

 

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