Starry Eyes

starry eyesdi Kevin Kölsch e Dennis Widmyer (Stati Uniti, 2014)

Sarah sogna di recitare in un film importante, ma la sua vita quotidiana scorre tra un lavoro poco gratificante come cameriera in un fast-food e un gruppetto di amici spocchiosi con i quali la giovane ha un rapporto falso e ipocrita. La svolta arriva quando la ragazza riceve la fatidica telefonata per un colloquio, la possibilità di poter interpretare un ruolo da protagonista per una celebre compagnia di produzione cinematografica. L’incontro con queste persone fin dal primo approccio si rivela ambiguo e inquietante: Sarah capisce da subito che se vuole entrare nel cast del film, deve accettare dei compromessi e superare un punto di non ritorno.
“Starry Eyes” è un lavoro diviso in due parti distinte, la prima è puramente drammatica e ci introduce nella difficile scalata dell’aspirante attrice, dipinta come una donna insicura, antipatica e dalla psicologia fragile (durante l’audizione, non soddisfatta della sua prova, Sarah si chiude in bagno strappandosi i capelli in una sorta di autopunizione). La seconda metà della pellicola segna invece un cambio di matrice horror, è la fase della trasformazione una volta oltrepassata quella soglia dalla quale è impossibile tornare indietro. Le alte sfere del cinema sono rappresentate come un circolo magico-esoterico dove si può accedere in seguito a un’iniziazione, accettando quelle regole che implicano la drastica esclusione dalla quotidianità: il lavoretto per pagarsi le bollette, gli amici perditempo, Sarah rifiuta e rigetta il suo passato per poter varcare le porte di un paradiso infernale (“l’ambizione, il più nero dei desideri umani”). Un cambiamento dell’anima e del corpo, un sacrificio indispensabile che scatena la violenza della protagonista (con uno spargimento di sangue non indifferente).
I registi Kevin Kölsch e Dennis Widmyer lavorano con anticipo rispetto a “The Neon Demon” (2016) di Nicolas Winding Refn, ma qui Los Angeles non è ricoperta da nessuna patina rassicurante, la fotografia è scialba (così come la regia) e non c’è spazio per l’innocenza ma solo per una spirale che opprime e soffoca ogni intenzione. La carne al fuoco è tanta (anche troppa) e nella fase cruciale del film la storia tende a sfilacciarsi, lasciando sullo sfondo il dramma di Sarah per far posto alla sua mutazione psicofisica, uno spostamento dalla realtà a un mondo parallelo meno credibile e coinvolgente per i nostri occhi. “Starry Eyes” prende in prestito qualche idea da Yuzna, Polanski e Cronenberg, assemblando con un pizzico di presunzione una serie di concetti sulla carta molto interessanti. Quella prepotenza narrativa a cui assistiamo durante la prima ora di visione si disperde infatti con un drastico cambio di rotta che si poteva gestire con maggior raziocinio, uno strappo che penalizza in parte un lavoro a cui manca la fatidica ciliegina sulla torta: una bomba inesplosa, ma va bene anche così. Hollywood non è mai stato un posto tranquillo.

3,5

(Paolo Chemnitz)

starryeyes

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...