Kids

kidsdi Larry Clark (Stati Uniti, 1995)

Larry Clark nasce come fotografo. Pubblica nel 1971 un libro dedicato ai tossicomani di Tulsa, la sua città in Oklahoma, ritratto desolante delle nuove generazioni alla deriva. Con i suoi scatti influenza registi come Martin Scorsese (prima) e Gus Van Sant (dopo), prima di immergersi nel cinema continuando a raccontare il disagio degli adolescenti americani in maniera nitida, secca e sconsolante.
“Kids” segna il suo debutto, un’opera nella quale è coadiuvato da un allora giovanissimo Harmony Korine (in veste di sceneggiatore) e proprio da Van Sant nel ruolo di produttore esecutivo, vicino per sensibilità e tematiche ad uno dei suoi padri ispiratori.
Il film non ha uno sviluppo narrativo approfondito ma segue la vita quotidiana di un gruppetto di ragazzi allo sbando: li vediamo immersi nelle loro prime esperienze sessuali, nell’uso delle droghe e in una superficialità e ingenuità assoluta nel compiere qualsiasi azione, comportamenti dettati soprattutto dalla grave assenza di comunicazione con le istituzioni e con le loro famiglie (praticamente inesistenti).
La regia ha un taglio solido e distaccato e si dipana attraverso dialoghi molto fitti e realistici. Clark non censura e non giudica, ma osserva attentamente ogni dettaglio scaturito dalla condivisione di queste esperienze giovanili, qualcosa di apparentemente normale che invece, nel più tragico silenzio, scava a fondo facendoci immaginare il destino fatale a cui andranno incontro i protagonisti. Ci troviamo in un’epoca nella quale l’informazione sulle malattie sessuali è ancora insufficiente (come oggi del resto), l’AIDS continua a mietere vittime e la diffusione del contagio crea una sorta di spirale dove può finire anche un giovane ingenuo, solo per essersi lasciato andare con qualcuno. Una fiducia reciproca che non viene neppure presa in considerazione, perché in “Kids” il male è invisibile e colpisce a caso, distruggendo per sempre l’esistenza di una persona.
Il percorso di Larry Clark proseguirà battendo sentieri molto simili, anche in maniera più esplicita e controversa (“Ken Park” del 2002), ma questa pellicola (insieme al memorabile “Bully” del 2001) resta il manifesto più sincero e imponente del suo cinema dell’inconsapevolezza. Candido, innocente e per questo devastante.

5

(Paolo Chemnitz)

Kids5

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