Distretto 13: Le Brigate Della Morte

distredi John Carpenter (Stati Uniti, 1976)

La lunga storia di John Carpenter inizia con una serie di cortometraggi negli anni sessanta e comincia a prendere forma con il suo primo film (“Dark Star” del 1974), a cui fa seguito “Distretto 13: Le Brigate Della Morte” (“Assault On Precinct 13”), un lavoro completamente diverso dalle ambientazioni fantascientifiche della sua precedente pellicola.
Qui il regista americano trasporta nella città le idee di un vecchio western diretto da Howard Hawks, “Un Dollaro D’Onore” del 1959: è un periodo di tensione tra la polizia e le numerose gang che affollano le zone malfamate, Los Angeles è ormai un campo di battaglia e bisogna trasferire nel ghetto di Anderson il tredicesimo distretto, per contrastare al meglio la situazione. Il film presto si trasforma in un incubo per i vari protagonisti, destinati ad affrontare un assalto notturno all’interno di quella stazione di polizia completamente isolata, nella quale troviamo il tenente Bishop, due donne sue assistenti e un manipolo di poliziotti che si è dovuto fermare forzatamente in quel luogo durante un servizio di scorta a un pulmino con alcuni detenuti da trasferire. Le dinamiche della storia prendono così la piega di un classico film d’assedio, con il distretto preso di mira da un gruppo di individui misteriosi e i superstiti costretti a respingere la loro furia vendicativa.
John Carpenter scopre subito le carte che faranno la fortuna del suo cinema: una regia personale, il senso di oppressione e claustrofobia dovuto al sentirsi circondati da una minaccia, poi ancora la figura fondamentale dell’antieroe (in questo caso il detenuto condannato a morte Napoleone Wilson), un personaggio in partenza connotato negativamente ma altamente risolutivo grazie al suo carisma, alla sua intelligenza e a un codice morale molto più spiccato rispetto a quello degli altri individui. Infine, la splendida colonna sonora composta proprio da Carpenter, quegli oscuri sintetizzatori analogici che abbiamo potuto riassaporare anche dal vivo durante le sue recenti date italiane.
“Distretto 13” è un film a due facce: la prima parte, diurna, funge da introduzione per il caos che presto coinvolgerà i vari protagonisti, mentre la seconda parte, girata in penombra, è la cronaca di un assedio che fa paura perché nulla è mostrato allo spettatore, sappiamo solo che là fuori qualcuno spara con i silenziatori e striscia come una serpe nel buio, cercando di penetrare in quell’edificio.
In questa pellicola fece scandalo la scena del camion dei gelati, con una ragazzina colpita da un proiettile e uccisa a sangue freddo da un membro di una gang, l’infrazione di quel tabù cinematografico che non prevede situazioni di questo tipo, la classica regola non scritta che il regista qui aggira in maniera netta e disturbante. Ma sarebbero tanti i motivi da elencare per celebrare “Distretto 13”, ci siamo solo fermati a quelli più importanti: a distanza di oltre quarant’anni, resta uno dei film più affascinanti di quel decennio e uno dei migliori in assoluto del Maestro, qui artefice del western urbano per eccellenza.

5

(Paolo Chemnitz)

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