Polytechnique

poldi Denis Villeneuve (Canada, 2009)

Con dieci anni di anticipo rispetto alla terribile strage di Columbine negli Stati Uniti, nel 1989 a Montréal un venticinquenne misogino di nome Marc Lépine massacrò quattordici studentesse all’École Polytechnique della città canadese. Il regista Denis Villeneuve, prima di salire alla ribalta delle cronache cinematografiche con gli acclamati “Incendies” (2010) e “Prisoners” del 2013 (senza dimenticare la sua consacrazione a Hollywood con i recenti “Sicario” e “Arrival”), si cimentò in questo lavoro di neppure ottanta minuti, un sentito omaggio nei confronti delle vittime ma allo stesso tempo un potente dramma come molti altri dedicati alle stragi compiute nelle scuole o nei campus universitari.
Il punto di riferimento è sicuramente “Elephant” (2003) di Gus Van Sant, soprattutto per il modo in cui Villeneuve segue i ragazzi all’interno dell’istituto (riprendendoli alle spalle mentre camminano), con la differenza che il regista canadese qui sfrutta molto di più le grigie e nevose atmosfere della città, una cornice ideale per una pellicola in bianco e nero che trasforma le mille stanze dell’edificio in una sorta di labirinto fatto di caos e disordine (la lezione sull’entropia è più che eloquente, così come quella riproduzione di un celebre quadro di Picasso appeso al muro, Guernica).
I movimenti della steadicam sono sublimi e ogni azione dei protagonisti non avviene mai per caso: proprio la regia è il piatto forte di “Polytechnique”, un’opera nella quale il montaggio è studiato ad hoc per far incrociare tre destini, tre sguardi che ci raccontano ognuno con il proprio punto di vista le ore drammatiche di questa ecatombe. Troviamo Valérie, la studentessa che sopravvive per miracolo, Jean-François, l’unico ragazzo che al contrario degli altri si mette a soccorrere le vittime e infine il killer, autore di una strage premeditata contro un femminismo che esiste solo nella sua testa, omicidi a catena che a differenza di altri film dello stesso genere non arrivano a fine visione, ma sopraggiungono dopo neppure trenta minuti. La netta contrapposizione tra “Polytechnique” e molti altri school shooting movie sta proprio nel modo in cui sono raccontate le vicende: qui siamo davanti a un’opera molto più elaborata, sopraffina e registicamente superiore (se la gioca alla pari con “Elephant”), anche se meno coinvolgente a livello emotivo rispetto a lavori più grezzi ma tremendamente devastanti come “Zero Day” (2003) o “Klass” (2007). Bisogna solo scegliere da che parte stare.

3,5

(Paolo Chemnitz)

poli

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