Der Todesking

der_todesking_el_rey_de_la_muerte-886174698-largedi Jörg Buttgereit (Germania, 1990)

Un semplice e ingenuo disegno raffigurante uno scheletro con una corona in testa rappresenta meglio di qualunque altra cosa la sovranità assoluta della morte sull’uomo e sulla natura: un concetto potente e nichilista che torna nelle immagini di un film che solo un regista come Jörg Buttgereit poteva tramutare in ottanta minuti di dolore e depressione.
“Der Todesking” segue a ruota il celebre “Nekromantik” (1987) e precede un’altra perla oscura come “Schramm” del 1993 (senza dimenticare il sequel di “Nekromantik” del 1991), ma tra le opere in questione è quella che più di tutte esprime la filosofia mortifera e senza speranza di un cineasta tedesco divenuto di culto negli ambienti horror underground. La pellicola è divisa in sette segmenti, ognuno dei quali scandisce un giorno della settimana (a indicare una noiosa e ciclica routine), tutti inframezzati dalla scena eloquente di un cadavere lentamente divorato dai vermi, ovvero il tempo che avanza inesorabile e quel destino che ci aspetta al varco senza possibilità di scampo.
Il cinema di Buttgereit è sporco ed è intriso di disagio e di solitudine, come nel primo frammento dedicato all’uomo appassionato di pesci: una stanza, una telecamera che gira attorno a se stessa (come se gli occhi del protagonista non potessero andare oltre le pareti di quella misera esistenza) e una tragedia che si consuma da lì a poco. Elementi disturbanti che ritroviamo nell’episodio conclusivo, dove un individuo disperato si toglie la vita colpendo ripetutamente il capo contro il muro di casa (una sequenza straziante che tramortisce definitivamente lo spettatore). A sottolineare questa dirompente negatività, ci pensa la solita funerea colonna sonora realizzata da Hermann Kopp (presente anche come attore) e Daktari Lorenz, per l’occasione stampata in un vinile 7” rosso oggi piuttosto ambito tra i collezionisti.
“Der Todesking” è uno dei prodotti più annichilenti partoriti dal cinema di confine mitteleuropeo, un’opera che rappresenta il vertice assoluto della filmografia di Buttgereit, anche da un punto di vista puramente concettuale. Un lavoro nero e beffardo, perché la morte ride di noi, muovendo silenziosamente i fili delle nostre vite: il regista ce lo racconta puntando tutto sul realismo malsano delle immagini e sulle situazioni agghiaccianti che scorrono dolorosamente sullo schermo. Enorme.

5

(Paolo Chemnitz)

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