Combat Shock

16809302_1782757315074880_1543704184_ndi Buddy Giovinazzo (Stati Uniti, 1984)

Sono davvero tanti i film che vedono protagonisti dei reduci traumatizzati dopo il conflitto in Vietnam. Tra questi, “Combat Shock” si ritaglia uno spazio tutto suo. In realtà l’italo-americano Buddy Giovinazzo aveva presentato la pellicola come tesi di laurea con il titolo “American Nightmares”, ma in quel periodo la lungimirante Troma acquistò il film e lo produsse cambiandone il nome. Ancora oggi “Combat Shock” resta un’opera completamente diversa dalle tipiche release splatter-demenziali della casa timonata da Lloyd Kaufman: si tratta infatti di un prodotto dannatamente serio, drammatico e deprimente, con un finale tra i più allucinanti ed estremi visti nella storia del (nostro) cinema.
Anche se le prime immagini del film ci catapultano direttamente sul campo di battaglia (il fuorviante trailer originale di “Combat Shock” potrebbe far pensare al modello “Rambo”), quello che accade dopo ha tutto un altro sapore. Frankie (il protagonista) è ancora provato psicologicamente dalla violenza e dalle barbarie che ha dovuto sopportare con i suoi occhi: oggi vive dentro un misero appartamento in una New York sporca e malfamata, con una moglie che lo esorta continuamente a cercarsi un lavoro (“you’re not looking for a job, you’re waiting for the world to end”) e un neonato deforme (a causa dei gas tossici respirati dal padre in Vietnam) che piange di continuo e che ricorda tantissimo quello visto in “Eraserhead” (1977) di David Lynch. Frankie prova ad affrontare la quotidianità immerso in un degrado sociale e psicologico che non abbandona mai le immagini della pellicola. Per lui non è facile trovare un impiego per mantenere i suoi cari, il suo infatti è un continuo girovagare tra colloqui che finiscono male e squallidi incontri spesso pericolosi (baby prostitute, protettori senza scrupoli e tossicodipendenti a caccia di una dose).
Buddy Giovinazzo ci sbatte in faccia un lerciume senza precedenti, tra strade battute da individui alla deriva e una casa fatiscente in cui vive la famiglia del protagonista, un mondo decadente e senza speranza che si somma alle deliranti visioni dell’uomo. “Combat Shock” è un tunnel di puro nichilismo che trasmette angoscia a profusione (nonostante quella colonna sonora a tratti insopportabile che entra maledettamente in testa senza uscirne più!). Le sequenze conclusive suggellano l’apoteosi autodistruttiva del film, una potenza disturbante di rara negatività che incarna a pieno il malessere di Frankie e della sua tragica routine, la quale presto conosce l’epilogo più nero e malato. Buddy Giovinazzo a volte si perde in qualche ridondanza eccessiva, ma questa sua creatura è un pugno nello stomaco senza se e senza ma.
“Combat Shock” è una perla underground che spiega la morte e il disagio meglio di tante altre opere più acclamate, è un cinema alienato e alienante che fa paura. Mentre quel bicchiere di latte rancido scende giù come un veleno, prima che cali definitivamente il sipario.

4

(Paolo Chemnitz)

CS

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