Nel Più Alto Dei Cieli

12778740_1052502554812615_1176468740106720904_odi Silvano Agosti (Italia, 1977)

Questo film non vuole mettere in alcun modo in dubbio la sacralità del sentimento religioso”. Con questa frase si apre e si chiude “Nel Più Alto Dei Cieli”, opera controversa di Silvano Agosti che all’epoca fece urlare allo scandalo.
Una delegazione composta da una dozzina di persone (tra cui sindacalisti, suore e politici con figli al seguito) si reca in Vaticano per un’udienza papale. Il gruppo, una volta raggiunto un grande ascensore, vi entra per poi restarne imprigionato. Il film si svolge quasi tutto all’interno di questo ambiente bianco, luminoso e divinamente claustrofobico, dove i nostri lentamente sprofondano nella pazzia, regredendo allo stato primitivo. Ad accompagnarli ogni tanto, una musica angelica e liturgica (opera di Nicola Piovani) e qualche beffarda preghiera che giunge da un altoparlante, in attesa che qualcuno venga a liberarli. Ben presto però, i desideri repressi dei protagonisti sfociano nell’omicidio, nel cannibalismo, nel sesso (scene dalle quali non sono esenti suore, preti e ragazzine), nella coprofagia e chi più ne ha più ne metta, per un vero e proprio massacro collettivo nel quale la maschera del perbenismo borghese viene gettata al vento in nome degli istinti primordiali.
“Nel Più Alto Dei Cieli” è un film grottesco, malsano e sfacciatamente perverso, da un lato geniale e coraggioso nella sua lucida follia, dall’altro imperfetto per via di alcune prove attoriali poco convincenti e per un finale purtroppo tirato per i capelli. Inoltre, il linguaggio estetico di Agosti non è certo affilato con precisione come quello di Pasolini o Buñuel, pur mostrando degli intenti provocatori capaci di amplificarsi a dovere attraverso le dinamiche surreali degli eventi: bisogna quindi riconoscere che la metafora lanciata dal regista colpisce il bersaglio in maniera convincente e che la pellicola in questione resta tra gli esempi più controversi di cinema italiano anticonvenzionale, grazie al suo taglio immorale e blasfemo (di natura comunque intellettuale e senza mai scadere nel gratuito).
“Nel Più Alto Dei Cieli”, insieme al fulminante esordio “Il Giardino Delle Delizie” (1967) e alla fantasociologia di “N.P. Il Segreto” (1971), rappresenta il lungometraggio più importante realizzato dal regista bresciano classe 1938, qui capace di lasciarci in eredità un lavoro angusto e oltraggioso che merita una visione a prescindere dal suo sgradevole motore concettuale. Una potente stoccata contro la religione, ma ancora di più un affondo deciso che mette a nudo la fragilità dell’essere umano, intrappolato in una gabbia di impulsi animali che ne decretano il suo fallimento definitivo. Quando la lotta per la sopravvivenza sancisce la fine della ragione.

4

(Paolo Chemnitz)

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