The Green Elephant

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di Svetlana Baskova (Russia, 1999)

“The Green Elephant” entra di diritto nella top ten dei film più malati di sempre: è terribilmente disturbante ma è anche un’opera messa in scena con intelligenza e realizzata con acutezza, nonostante sia di base grezza e amatoriale.
Ci troviamo dentro una cella di un sudicio carcere militare russo, qui due uomini ancora in divisa sono rinchiusi per qualche non identificata malattia mentale. Le inquadrature sono realizzate con la camera a mano, c’è poca luce e la qualità della pellicola è medio-bassa, ma lentamente iniziamo a essere colpiti dai dialoghi deliranti di uno dei due protagonisti, frasi che tirano in ballo la merda, il sesso e altri argomenti legati alla perversione, mentre di riflesso assistiamo all’altro militare che con atteggiamento omofobo ripudia tutto questo, cominciando a malmenare il suo compagno di cella e invitandolo più volte al silenzio.
L’atmosfera all’interno di quella stanza è lercia, le incrostazioni del water pieno di escrementi sembrano uscire fuori dallo schermo, il ritmo narrativo è gestito così bene che non ci sono cali di tensione e ci sembra davvero di essere lì dentro, a tu per tu con quei due malati di mente. La svolta del film giunge all’improvviso con una scena di coprofagia tra le più disgustose mai viste, qualcosa di maledettamente disturbante e lurido da lasciare letteralmente basiti: all’atto della defecazione (allucinante) segue una reazione drastica e istintiva, con l’altro militare costretto dalla disperazione a urlare contro il suo compagno cosparso di escrementi (in una sequenza di almeno dieci minuti a dir poco raggelante per i nostri occhi).
Il merito di “The Green Elephant” (il titolo prende spunto da una canzone citata durante la pellicola) è quello di sapersi evolvere passo dopo passo, un crescendo di schifo e marciume che esplode nel tripudio gore conclusivo e in alcune scene di sesso assolutamente perverse: per questo motivo Svetlana Baskova deve aver fatto un patto con il diavolo per realizzare un tale monumento dell’estremo. Il tema della violenza (tra militari, non è un caso) e dell’omosessualità è inoltre una profonda riflessione sulla Russia dello scorso secolo (uscita da poco dalla guerra in Cecenia) e sulle sue discrepanze socio-culturali spesso messe in scena da altri registi contemporanei provenienti dall’ex Unione Sovietica.
“The Green Elephant” è degrado allo stato puro, un film putrido alimentato da un approccio realistico che non solo ci fa annusare, ma anche toccare con il corpo e con l’anima tutto quello che succede tra quelle quattro mura. Un’immersione nella melma (dis)umana più maleodorante, oltre i limiti del disagio.

4

(Paolo Chemnitz)

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One thought on “The Green Elephant

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